BOOK AND THE CITY - "Giulio Pelago voleva andare in Colombia": il '68 visto da Paolo Baleani. L'intervista

Senigallia 24/04/2019 - Torna l’appuntamento con la rubrica "Books and the city", in collaborazione con Aras Edizioni. La formula scelta è quella dell'intervista all'autore. È la volta del volume Giuglio Pelago voleva andare in colombia di Paolo Baleani novità editoriale di aprile. L’obiettivo: continuare a fare cultura e promuovere la lettura.

IL LIBRO
Appena preso il diploma Giulio sarebbe emigrato. Via. Lontano. Perché no, in Colombia! Invece l’università cambia tutto. Giulio va a Bologna a studiare Chimica. È il 1968, tuttavia la contestazione giovanile non gli interessa particolarmente perché ne annusa, oltre l’indiscussa carica rivoluzionaria e utopica, anche i limiti e le contraddizioni. Eppure la bellissima Chica cerca di portarlo dentro i luoghi e i volti della ribellione perché Giulio è diverso da tutti gli altri e lei lo vuole con sé. Questo romanzo di formazione è una riflessione sui nostri sogni, il loro appassire e rifiorire, la paura di restare soli, la ribellione, la fuga, le incertezze, le scelte e l’incontro con chi ci segnerà per sempre la vita, qualunque cosa accada.

Vorrei concentrarmi su un dato curioso. Fatto salvo l’esordio narrativo, il resto delle sue pubblicazioni con Aras Edizioni sono delle raccolte di racconti. Perché tornare dunque alla forma lunga della narrazione e in particolare al romanzo di formazione?
Amo il racconto breve. Amo la forma espressiva essenziale, rapida e mononucleare. Ma la storia che avevo in testa copriva un lasso di tempo lungo e i personaggi erano una folla. Quindi il romanzo. Che tuttavia spero di aver scritto con lo stesso stile veloce. Il romanzo di formazione è una forma letteraria intrigante ma ardua, e spesso ci si appoggia a un pizzico di umorismo. Del resto, cosa c’è di più malinconicamente allegro di un giovane uomo che tenta di capire le donne? Quel mix mi piaceva e mi ci sono divertito. E poi c’era da raccontare i fatti collegati. I fatti non invecchiano mai, al massimo hanno la sfortuna di diventare Storia. E Giulio Pelago, il protagonista, un tipo normale, li narra in prima persona, con rare digressioni in chiave psicologica. Di questo gliene sono grato.

Il racconto è ambientato nel ’68 ma la storia ufficiale diciamo fa da sfondo alle vicende narrate. Perché questa scelta? E avendolo vissuto in prima persona, può restituircene un’immagine?
Il sessantotto è un periodo affascinante e l’ho usato come scenario, senza affondare troppo. Una scelta stilistica. Giulio Pelago guarda gli eventi con un occhio un po’ speciale. È un chimico e non dimentica quasi mai di esserlo. Lei mi chiede anche di restituire un’immagine del periodo. Credo che un paio di slogan presi a prestito dal Maggio francese potrebbero riassumere i pensieri e i comportamenti di allora. Il primo: “Siate realisti, chiedete l’impossibile”. Il secondo: “Sotto i sampietrini la spiaggia”, slogan più aggressivo e sociologicamente mirato. E poi aggiungerei i libri di Marcuse.

Giulio Pelago è un giovane che vediamo destreggiarsi nella vita tra l’Università bolognese e le prime esperienze lontano da casa durante gli anni della contestazione studentesca. Sarebbe diverso un Giulio Pelago millenarial?
Quei ragazzi non godono di buona stampa. Li si definisce individualisti e nello stesso tempo gregari, iperconnessi e cinici, a volte indifferenti, pronti a mollare di fronte alle difficoltà. Il viaggio è il loro credo. Mi sono simpatici. Quelli del sessantotto, invece, avevano più sogni, più passione civile, volevano cambiare il mondo. I milleniarial il mondo si limitano a percorrerlo. Dunque un Giulio Pelago appartenete a quella tribù sarebbe diverso. Si adeguerebbe senza troppo sforzo e salperebbe felice alla volta della Colombia con una piena di soldi.








Questa è un'intervista pubblicata il 24-04-2019 alle 18:41 sul giornale del 26 aprile 2019 - 295 letture

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