"La sovranità appartiene al popolo o allo spread?": incontro a San Rocco con Antonio Maria Rinaldi

Senigallia 08/02/2019 - Sabato 9 febbraio alle ore 17:00 all’Auditorium San Rocco (piazza Garibaldi, 1 – Senigallia) incontro pubblico, con la partecipazione dell’economista Antonio Maria Rinaldi, per presentare il libro: “La sovranità appartiene al popolo o allo Spread?”.

Debito pubblico, Spread, Mercati… sono parole ormai entrate nel linguaggio comune, nella nostra vita quotidiana, che giornali e televisioni ci hanno convinto essere parte della nostra esistenza. L’opinione pubblica ha talmente interiorizzato la narrazione della stampa mainstream secondo la quale avremmo vissuto al di sopra delle nostre possibilità, distribuendo “troppo” benessere e così accumulando una montagna di debito pubblico. Quest’ultimo costituirebbe una zavorra per la crescita e un fardello che le precedenti generazioni hanno lasciato sulle nostre spalle e che noi stiamo colpevolmente trasferendo alle nuove. Dunque non possiamo esimerci dall’applicare misure di austerità e fare le riforme strutturali; questa è l’unica strada da percorrere, così come vuole l’approccio dogmatico del modello economico neoliberista.

Abbiamo un debito pubblico intorno al 130% del Pil per cui meritiamo la condizione di sorvegliati speciali di Bruxelles e di essere dunque defraudati di una nostra politica fiscale autonoma (di quella monetaria siamo già stati privati). Di fronte a questo autentico ricatto morale, i più cedono ed acconsentono alla distruzione dei diritti, allo smantellamento dello stato sociale, alla riduzione degli stipendi, delle pensioni, alle svendite del patrimonio pubblico ecc. Ma quando si è creato il fardello del debito pubblico italiano? Tutto parte nel 1981, in cui accade un evento che non esitiamo a definire criminale, che fa da spartiacque nella storia della sovranità economica italiana: il famoso divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro. Con un atto univoco, cioè una semplice missiva all’allora governatore della Banca d’Italia (Carlo Azeglio Ciampi), il Ministro del Tesoro (Andreatta) mette fine alla possibilità del governo di finanziare monetariamente il proprio disavanzo.

Rimuovendo l’obbligo allora vigente da parte di Palazzo Koch di acquistare i titoli di Stato invenduti sul mercato primario, la Banca d’Italia dismette il ruolo di prestatrice di ultima istanza. D’ora in poi, per finanziare la propria spesa pubblica, l’Italia deve attingere ai mercati finanziari privati, con la conseguente esplosione dei tassi d’interesse rispetto a quelli garantiti in precedenza. Ma non solo: successivamente viene rivisto il meccanismo di collocamento dei titoli di Stato, introducendo il cosiddetto «prezzo marginale d’asta», che consente agli operatori finanziari di aggiudicarsi i titoli al prezzo più basso tra quelli offerti e, quindi, al tasso di interesse più alto. Gli effetti sono tanto disastrosi quanto immediati: l’ammontare di debito, che nel 1981 era intorno al 58,5%, dopo soli tre anni raddoppia e nel 1994 arriva al 121% del Pil. A concludere questo percorso ci penserà Draghi nel 1993 con la sua riforma bancaria che da un lato privatizza le banche pubbliche ed dall’altro, abolendo la distinzione (creata dopo la crisi del 29) fra banche commerciali e anche d’affari, consegna il risparmio privato degli italiani prima indirizzato quasi esclusivamente sui titoli di stato alla speculazione finanziaria.

Quando l’Italia fa il suo ingresso nell’Euro non risponde ai parametri del debito pubblico richiesti da Maastricht, ma l’interesse politico e l’inconsapevole entusiasmo generale per la sua partecipazione hanno la meglio. Sarà la crisi del 2008 a far emergere tutti i limiti e la inadeguatezza di un’area valutaria tutt’altro che ottimale come l’Eurozona: l’Italia, come altri Paesi, senza la possibilità di ricorrere alla svalutazione del cambio, non riesce a recuperare terreno. Il debito pubblico, che finora era rientrato in una fase discendente, passa dal 102,4% al 131,8% del 2017. Nello stesso arco temporale altri paesi (Spagna, Portogallo e Francia) hanno visto il proprio debito pubblico schizzare con un tasso incrementale di gran lunga più alto di quello italiano. Tuttavia essi hanno sforato ripetute volte il famigerato vincolo del 3% deficit/PIL, permettendo così all’economia di tornare a crescere, a differenza di quella italiana che si è incamminata nel percorso distruttivo dell’austerity. Dunque, sintetizzando, il nostro famigerato debito pubblico è sì più elevato, ma è partito da una situazione di evidente svantaggio, ed è cresciuto in termini percentuali del tutto in linea con l’andamento degli altri Paesi dell’Euro a seguito della crisi; anzi, anche meno di altri, come abbiamo visto, e aggravato dalle politiche di austerity, i cui effetti deprimenti sull’economia sono conclamati. Rimane il problema dei tassi d’interesse (da cui il famigerato spread), da noi più elevati che altrove, proprio a causa delle modalità dei meccanismi di collocamento dei titoli di Stato introdotto a seguito dell’epocale divorzio tra i due istituti finanziari italiani.

È stato stimato che in trent’anni abbiamo pagato la colossale cifra di 3mila miliardi di interessi sul debito pubblico! In queste circostanze a nulla valgono gli sforzi fiscali dell’Italia, che registra da quasi trent’anni avanzo primario, ossia quella situazione, del tutto antisociale, per cui lo Stato incassa più di quanto spende, esclusi gli interessi sul debito pubblico. Per onorare il costo del debito, ossia quell’assurda creazione del denaro dal denaro, vengono sottratte risorse finanziarie per servizi pubblici e sostegno alla popolazione in difficoltà. Dunque, una redistribuzione al contrario, dai cittadini ai mercati finanziari. È tempo di intervenire sulle fondamenta della costruzione europea.

Claudio Piersimoni, A.P.S. Novum, Senigallia






Questo è un comunicato stampa pubblicato il 08-02-2019 alle 09:23 sul giornale del 09 febbraio 2019 - 672 letture

In questo articolo si parla di attualità

Licenza Creative Commons L'indirizzo breve è https://vivere.biz/a36x





logoEV