Le mani di Edo

Senigallia 15/12/2018 - Le mani di Edo sanno correre veloci e leggere sulla tastiera del pianoforte.

Le mani di Edo sono state veloci e decise per estrarre almeno 6 ragazzi dall’inferno della Lanterna Azzurra. Le mani di Edo sono un simbolo, perché rappresentano le mani di centinaia di ragazzi, mani sempre pronte a tendersi verso chi ha bisogno. Concentriamoci esclusivamente su quelle mani, nessun volto, nessun cognome e nessun eroe. Edo, come tanti altri, la notte dell’otto dicembre ha pensato solo a fare la cosa giusta. Aiutare chi aveva bisogno.

Restiamo su quelle mani, perché i minori vanno tutelati e protetti. Non hanno bisogno di telecamere puntate negli occhi e di sedersi in salotti televisivi che li trasformano in strumenti per fare audience.

A Senigallia, dopo l’alluvione, le mani di quei ragazzi si sono sporcate di fango per ripulire strade, case e cantine. Ogni anno incontro migliaia di ragazzi, a loro da vent’anni dedico programmi televisivi, programmi radiofonici e tanti format di prevenzione, avendo ben chiaro il concetto che loro sono la parte lesa e più debole di questo tessuto sociale. Hanno un bisogno enorme di ascoltare parole che arrivano e di raccontare il loro disagio. Basta trovare la chiave giusta per comunicare con loro. Questione di sintonia, di vibrazioni e soprattutto di credibilità.

Le mani di Edo rappresentano una risorsa, non un problema. Che sia ben chiaro.

A volte anche quelli come Edo bevono troppo, vomitano e ascoltano musica che non ci piace. Più o meno, guarda caso, quello che facevamo noi nel secolo scorso.

Le mani Edo rappresentano il futuro del nostro paese: “vattene dall’Italia, che qui non c’è futuro”, spesso è questa l’esortazione che accompagna la crescita dei nostri figli. E loro altrettanto spesso eseguono senza troppe storie. I loro confini non sono i nostri. L’Europa, l’America e l’Australia per i ragazzi come Edo rappresentano soluzioni possibili. Nulla di straordinario. Peccato che poi non abbiano voglia di rientrare e preferiscano fare i conti con la nostalgia, piuttosto che con l’assenza di speranza. Ed è questa che dobbiamo restituirgli.

La speranza.








Questo è un articolo pubblicato il 15-12-2018 alle 11:01 sul giornale del 17 dicembre 2018 - 2921 letture

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