Perché le piccole aziende italiane devono investire sugli influencer?

Senigallia 05/12/2018 - Chi sono gli influencer?
Le star del web, quei personaggi che collezionano followers da parte dei quali godono della massima fiducia, quegli specialisti (o presunti tali) in tematiche specifiche il cui consiglio può valere più di cento spot classici, i cosiddetti influencer, hanno ormai soppiantato quasi del tutto le star dello spettacolo nelle promozioni commerciali.

Gli influencer nascono naturalmente e i loro contenuti postati su YouTube o su Instagram sono consigli reali e spassionati; la magia dell'interattività perfeziona il miracolo, quando un fan scrive un post e l'influencer gli risponde, poiché ha dato ulteriore prova della sua reale presenza e del proprio impegno.

Ma prima o poi le migliaia di like e di seguaci invogliano l'influencer a battere cassa (non ne avete ancora migliaia e li volete? Ecco come avere 1000 likes velocemente): un bel giorno viene contattato da un'agenzia pubblicitaria che individua nella peculiare personalità il giusto veicolo per propagandare un prodotto, gli offre una contropartita e la star del web fino a quel momento immacolata, cede la propria anima al demone del marketing.

I compensi sono vari e relativi al numero di follower detenuti: si va da un compenso in prodotti a tariffe di pochi euro per uno spot, fino a cifre a 4 zeri nel caso di influencer particolarmente seguiti (da un milione in su di followers).

Influencer già affermati possono concedersi il lusso di rifiutare un cachet se lo ritengono troppo distante dalla propria immagine e a tutela di questa possono concedersi il lusso di rifiutare anche spot da 15/20.000 € contando sulla regolarità dell'offerta, mentre i più piccoli, in un certo senso, sono portati ad accettare di tutto, rischiando la propria credibilità e rinunciando ad una potenziale crescita.

Il legame con un marchio prestigioso

Accettare compensi in prodotti non sempre è un ripiego accettato esclusivamente dagli influencer minori; legarsi ad un marchio può essere un affare vantaggioso anche per le star del web. Questo lo hanno capito benissimo le aziende del fashion, un brand come Dolce & Gabbana ormai lavora solo in bartering, cioè compensando in prodotti; di contro, anche influencer del calibro di Huda Kattan hanno tutti gli interessi a legare la propria icona ad un marchio prestigioso: l'immagine cresce e con essa le tariffe.

Influencer che guadagnano in media 15.000 € a post come Huda Kattan, Chiara Ferragni, Cameron Dallas, Jennifer Selter, Nash Grier, Zoe Sugg, potrebbero vedere raddoppiare le proprie tariffe in poco tempo semplicemente vestendo esclusivamente un brand o legandosi a doppio filo ad un marchio prestigioso.

Ancora una volta la legge del mercato detta le sue spietate regole, secondo le quali più è grande un'azienda, più è facile pubblicizzarsi, meno costa un influencer; il costo del cachet nel frattempo lievitato, andrà a carico di aziende più modeste che però non possono esimersi dall'ingaggio di questi beniamini, poiché la pubblicità più efficace ormai è veicolata dal web.

Nel luglio dello scorso anno l'autorità antitrust ha ammonito alcune aziende in merito alla poca trasparenza nell'influencer marketing, rammentando che la pubblicità deve essere sempre e comunque riconoscibile, anche se prodotta tramite web.
In altre parole l'hashtag #add potrebbe non essere sufficiente a identificare una pubblicità da un post contenente una recensione spassionata.

La chiarezza nella regolamentazione tra aziende, influencer e utenti va rafforzata secondo Massimiliano Dona, presidente dell'Unione Nazionale Consumatori. Procedure più chiare andrebbero a vantaggio anche degli stessi influencer, che altrimenti rischiano di perdere il loro patrimonio in credibilità e il potere con il quale condizionano i propri seguaci. Metodi che consentano ulteriore trasparenza sono attualmente al vaglio delle associazioni, si attendono provvedimenti.

L'onere delle piccole aziende

Nel frattempo, i grandi brand continuano a procurarsi facilmente sponsorizzazioni corrispondendo in prodotti gli onorari di influencer anche quotati, mentre le piccole aziende, non detenendo il potere del marchio forte, sono quelle che in pratica mantengono in vita il sistema, quelle che sborsano soldi veri in cambio del servizio.

Internet è una fabbrica di personaggi che ogni anno si aggiungono a quelli già noti, qualche volta sostituendoli.
Per alcuni sfondare risulta particolarmente semplice, ma gestire la propria immagine senza incorrere in grossolani errori di comunicazione può risultare non alla portata di tutti.

Negli ultimi tempi stiamo assistendo a fenomeni transitori, influencer che nascono all'improvviso, alcuni anche bravi, ma che dopo una breve esperienza professionale vanno incontro ad un prematuro declino; molti protagonisti non riescono a mantenere alto il proprio status e, sebbene dotati, scompaiono relegando l'esperienza trascorsa a uno dei tanti episodi di vita vissuta.
Con essi, però, vanno in fumo anche investimenti di aziende che avevano puntato su queste new entry e le relative perdite non si limitano al solo valore economico.

Le piccole aziende italiane, dunque, non possono permettersi il lusso di rischiare puntando sui nuovi fenomeni e non possono usufruire del bartering marketing in assenza di un marchio forte.
Queste possono solo affidare la promozione del proprio brand ad influencer affermati e dall'immagine stabile e costante.
Ancora una volta è la piccola e media impresa italiana a tirare il carro, anche quello degli influencer.





Questo è un articolo pubblicato il 05-12-2018 alle 10:41 sul giornale del 05 dicembre 2018 - 355 letture

In questo articolo si parla di economia, redazione, articolo, chiara Ferragni

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