BOOKS AND THE CITY - "Se muore il becchino" di Anna D'Alberto, intervista all'autrice (e alla "Morte") [VIDEO]

24/10/2018 - Prosegue la rubrica "Books and the city", in collaborazione con Aras Edizioni. Ogni volta la presentazione di un nuovo libro. La formula scelta è quella dell'intervista all'autore. L'obiettivo: continuare a fare cultura e promuovere la lettura.

IL LIBRO
Può un agognato posto fisso trasformarsi in un incubo? Può la notte di Halloween allungare le sue ombre molto oltre il suo spazio sul calendario? Di certo Lupo deve tribolare con un intero bestiario di utenti, che gli invadono il minuscolo ufficio a tutte le ore: tombe usurpate, lapidi pericolanti, loculi non pagati, salme scambiate, minacce di denuncia e vedove in lacrime non scalfiscono tuttavia il suo buon umore.

L'AUTRICE
Anna D’Alberto è nata nel 1975 a Cagliari. A fianco a studi e professione ha sempre coltivato la sua passione per la pittura, i fumetti e la scrittura. Ha all’attivo la pubblicazione della storia autoconclusiva a fumetti "Il popolo di Urce", da lei scritta e disegnata, presentata al Lucca Comics 2010 all’interno del numero zero della rivista autoprodotta «Taboo». Nata sotto il segno dei pesci, il nuoto è il suo sport prediletto, e lo stile rana è quello che le viene più naturale. Oggi vive e lavora in Norvegia come project manager.

La storia ha inizio il 31 ottobre 2010, nel giorno di Halloween quindi, momento dell’anno in cui, ormai anche in Italia, si “festeggiano” la morte, le creature fantastiche che popolano l’immaginario dell’aldilà da zombi a fantasmi, cadaveri in decomposizione e tutto ciò che ruota attorno al macabro e al funereo. Ora, oltre Halloween, come si affronta il tema della morte nel nostro paese e come lo si fa invece nei paesi del nord Europa dove tu hai deciso di vivere?
Halloween è la data perfetta per far iniziare un romanzo come questo, che altro non è che una riflessione sul cerchio della vita e della morte, in chiave sdrammatizzante. La morte di una persona cara, dal punto di vista interiore, si affronta in modo simile in tutto il mondo. Tuttavia, l'esternazione di questo sentimento varia notevolmente da luogo a luogo. Ho sempre pensato che la “società” dei morti altro non sia che lo specchio, o se vogliamo la metafora, di quella dei vivi. In Italia le tombe sono monumentali e fatte di mattoni e cemento. Ci sono le cappelle di famiglia, c'è la corsa a chi mette il marmo più bello. I cimiteri sono affollati, costipati e chiassosi esattamente come le città, e allo stesso tempo sono un luogo spaventoso, pieno di imbrogli, inghippi, ingiustizie, tabù e pregiudizi. In Norvegia invece il camposanto è come un parco. Le tombe sono semplicissime, giusto un cippo privo di fotografie, con molto spazio attorno, e il resto è prato, senza recinzioni che delimitano la proprietà. Quasi non c'è differenza tra una sepoltura e l'altra, cosa che rispecchia il modo di vivere di qui, con classi sociali molto livellate e rispetto degli spazi vitali del prossimo. Vedendo come vengono trattati i morti, insomma, si può capire molto della società dei vivi. Halloween è un retaggio, ora commercializzato, di un bisogno sociale che esiste in tutte le culture, ovvero un modo per esorcizzare la paura della morte.

Dal protagonista Lupo, l’amica Gatta, l’Ing. Seppia… poi Mantide, Capra, Cammello… l’unico che non ha un nome da animale si chiama Ologramma, il che non è che sia proprio promettente per noi Sapiens. Insomma tutta l’onomastica dei personaggi attinge al mondo animale, con richiami orwelliani evidenti. Quali sono le ragioni? Siamo o non siamo persone?
Premesso che ho letto “La fattoria degli animali” di Orwell solo dopo l'uscita del Becchino, l'idea di usare nomi di animali è nata per diverse ragioni. Anzitutto, ci tenevo ad usare nomi di fantasia, che fossero non solo fittizi, ma anche del tutto anonimi e dunque universali, come nelle favole di Fedro. Inoltre, io sono sarda. Molti cognomi sardi, se tradotti in italiano, sono nomi di animali, quindi utilizzare questo stratagemma è stato molto spontaneo.

Sembra che tutti abbiamo paura della morte, ma i bimbi le sorridono e lei pure si presenta come una bambina. Perché questa scelta?
Mi piaceva l'idea di presentare la Morte in un modo che la sdrammatizzasse. Ho scelto un esserino puccioso, inesperto, curioso, una bambina che non mette affatto paura, come simbolo del nuovo che avanza. La morte infatti non è che l'altro capo dello stesso filo. Si muore perché altri possano nascere, è il ciclo della vita. Quindi la morte non è solo portatrice di distruzione, è anche la vita stessa.

Nel libro si ritrovano diversi riferimenti musicali e cinematografici. Qual è il contributo di questi due mondi nel tuo modo di scrivere?
Per me la scrittura, come ogni altra forma d'arte, è un canale di comunicazione. Scrivo perché ho qualcosa da dire. Lo scopo è trasmettere un messaggio. Per quanto seri possano essere i miei intenti, credo che sarebbe imperdonabile avere in mano uno strumento così potente e non usarlo per poter raccontare in libertà di ciò che mi piace. Non si sarebbe potuto parlare di morte in un intero romanzo senza aggiungere le risate, e le cose belle della vita. Il cinema e la musica sono due accompagnamenti fondamentali nel percorso di ogni essere umano. Non mi trovo per niente d'accordo con chi sostiene che l'arte sia inutile. Sono proprio l'arte e la bellezza a rendere sopportabili le difficoltà quotidiane: come potremmo vivere senza? Ogni artista che si rispetti è ispirato da altri artisti, e citandoli, è come far vivere in eterno tutte le loro voci, e diffondere il sollievo nel mondo.

Nelle prime pagine del libro si scrive «Halloween era avantieri,» mormoro, lievemente irritato. «Halloween è ogni giorno,» dice la Morte. In che misura vita e morte convivono nella nostra quotidianità?
La morte è dappertutto. «Tutti fanno finta di non vedermi, ma io ci sono» dice. Lupo, il protagonista del libro, comincia a rendersene conto non appena è costretto a lavorare al cimitero. Tuttavia, non c'è niente di orribile o pessimistico nel constatare che la morte ci circonda ed è in mezzo a noi. Il messaggio che intendo comunicare è positivo: essere consapevoli della morte, e della temporaneità della vita, dà una ragione in più per apprezzare le piccole cose. La vita è una grazia temporanea che tutti faremmo bene a non sprecare, facendo sempre del nostro meglio. Non si sa se avremo una seconda occasione: nel dubbio, meglio darsi da fare.

Vorrei concludere l’intervista con una domanda meno funeraria e che vada a scoprire qualcosa in più di te, dell’autrice dunque. Bisogna chiarire ai lettori che Anna d’Alberto è uno pseudonimo. Il che è assolutamente curioso – mi verrebbe da dire – in linea con tutto il libro. Dunque perché questa scelta? E come scegliere un “nome d’arte”?
Sì, la scelta è in linea con quella che mi ha spinta a usare un bestiario per i personaggi. La verità è che da brava sarda, avendo io stessa un cognome di animale, ho dovuto crearmi uno pseudonimo da scrittrice “umana” per non confondere il lettore| Potrei anche aggiungere che Anna D'Alberto è quasi un mio alter ego, dato che dalle 8 alle 16 lavoro in tutt'altro campo, anche se per un certo periodo il mio vero lavoro è stato proprio nel campo-santo, esperienza che ha poi ispirato il libro. Scegliere il nome d'arte è stato molto semplice, Anna è mia madre, e Alberto è mio padre. Visto che ho deciso di non usare il nome e il cognome che mi hanno dato i miei genitori, ho preso in prestito i loro nomi. Il grosso svantaggio dello pseudonimo è che è molto più difficile far capire a chi mi conosce che il libro l'ho scritto proprio io, e non una mia cara amica!

A seguire l'intervista alla "Morte".





Questa è un'intervista pubblicata il 24-10-2018 alle 22:53 sul giornale del 25 ottobre 2018 - 367 letture

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