Diffidate da quel giornalismo

18/09/2017 - Sono seduto di fronte alla TV. È un venerdì sera. Un giornalista pone delle domande a una donna. Lei è la mamma di Noemi Durini, la ragazza salentina uccisa brutalmente il tre settembre e poi sepolta sotto un cumulo di pietre.

Il giornalista pone alla donna la seguente domanda “cosa prova adesso che sua figlia non c'è più?”. La donna non ha la forza per comprendere l’assurdità della domanda e neppure per arrabbiarsi, resta in silenzio qualche istante e poi risponde ripetendo la parte finale della domanda che le è stata posta: “mia figlia non c'è più”, lasciandosi poi andare ad un pianto irrefrenabile che l’operatore con attenzione meticolosa riprende, stringendo sul primo piano. La ricerca del pianto per fare ascolti è oramai divenuta una vomitevole deformazione professionale. Quasi un obbligo, un dovere da espletare in nome degli ascolti, perché l’audience è la sola cosa che conta.

Sono giornalista professionista dal 1994 ma una domanda del genere non l’avrei fatta neppure quando avevo 17 anni. Non è questione di essere giornalisti più o meno bravi, è solo questione di rispetto per l’essere umano. È questione di buon senso e di pietà. Una delle esperienze di cui vado fiero risale a quando mi trovai di fronte ad una mamma il cui figlio si era tolto la vita per una serie di motivi importanti. Un brutto fatto di cronaca.

Avevo fatto 200 chilometri ed altrettanti ne aveva fatti la troupe per raggiungere l’abitazione di quella famiglia sfortunata. Quando mi resi conto che la mamma era solo in grado di parlare piangendo, la ringraziai per la disponibilità ma interruppi subito l’intervista, congedai la troupe e tornai a casa. Ancora oggi vado fiero per quella “non intervista”. La reputo un momento alto della mia vita umana e professionale. Lo sfruttamento del dolore significa giocare sporco, approfittarsi di persone indifese e travolte da inimmaginabili tragedie. Il giornalismo è altro. Su questo non ho dubbi. Me lo hanno insegnato giornalisti importanti come Giovanni Minoli con cui ho lavorato per anni, ma soprattutto è sempre stata la mia coscienza a farmi intravedere la linea oltre la quale non è possibile andare. Non è poi così difficile capire quale sia il limite. Basta volerlo.





Questo è un articolo pubblicato il 18-09-2017 alle 23:59 sul giornale del 20 settembre 2017 - 6514 letture

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