NeTaTwOrK. Nel Turismo inventare cose nuove ed uniche

11/07/2017 - Stefano Pollini è un mio collega formatore, vive a Trento e si occupa di formazione dei disoccupati; ma è anche uno studioso di innovazione, gestione ed evoluzione dei conflitti.

Con la sua famiglia ha appena trascorso una settimana di vacanza in un albergo della città e, incontrandoci, abbiamo parlato del suo soggiorno, peraltro molto accogliente e divertente per i suoi bambini, dell’idea che oggi l’albergatore ha del suo lavoro ma anche delle difficoltà di fare rete nel turismo.

Stefano, che idea hanno gli albergatori del loro lavoro?
C’è un problema che è dato dal fatto che gli imprenditori faticano a descrivere in modo chiaro e preciso quello che fanno. Detto in altre parole non sanno esattamente qual è il loro lavoro. Provo a spiegarmi meglio con un esempio. Trent’anni fa si poteva rispondere: “Dare un letto e dare da mangiare” e quindi tradurre il proprio lavoro con “lenzuola e spaghetti”. Oggi non basta più. Ma non basta aggiungere mille servizi. Si deve riflettere su qual è il proprio lavoro; se il tuo lavoro è dare un letto, non ti puoi lamentare se uno va in un B&B dove costa la metà e magari è più accogliente e familiare. Al contrario, alcuni albergatori di successo dicono che loro stessi sono una motivazione di vacanza (cioè offrono talmente tante cose, in modo così innovativo che il luogo è secondario e la vacanza è l’albergo); altri poi dicono che sono dei mediatori culturali (l’albergatore, cioè, ti aiuta a entrare in un mondo diverso, è una guida, un accompagnatore verso nuovi mondi). E’ completamente un altro lavoro!

La competizione tra albergatori di una stessa città o tra diverse destinazioni turistiche impedisce alle imprese di mettersi in rete, peraltro auspicabile per promuovere un intero territorio.
La parola competizione porta alla lunga alla distruzione dell’impresa, perché porta a fare sempre le stesse cose, solo leggermente diverse e con margini sempre più ridotti. Se, invece, per competizione si intende “inventare cose nuove e uniche” e quindi non avere praticamente competitors va benissimo. Ostinarsi a competere, quando si deve cambiare il mondo, porta a quella grande confusione collettiva che si chiama crisi. Che ne pensi?

Condivido il tuo punto di vista, ma di fatto il mercato è fatto di competizione. Anche nello sport la competizione ha un’accezione positiva se espletata nel rispetto delle regole…
Il problema è proprio questo. Il mercato non è come lo sport. Lo sport è un gioco a somma zero dove uno vince e uno perde. Nel mercato invece possiamo vincere assieme o perdere tutti. E se tu fai male il tuo lavoro non è detto che io ci guadagni e vinca. Anzi. Soprattutto nel turismo se un albergatore lavora male danneggia tutti i colleghi della zona e viceversa. Forse il problema della difficoltà di fare rete è proprio legato al fatto che pensiamo al mercato come una competizione dove c’è uno che vince e uno che perde, e invece possiamo vincere tutti. Insomma, il problema sta solo nel’uso della parola “competere” che può significare due cose: A) spinta a innovare, e a differenziare la propria distintività, con prodotti e servizi unici; B) fare le stesse cose un pochino meglio ad un costo leggermente inferiore. I due modi di intendere la parola implicano scelte strategiche e modi di fare e di pensare molto diversi. “Competere” nel senso “A” porta a crescere, porta progettualità, entusiasmo, invece “competere” nel senso “B”, porta alla distruzione di ogni margine di profitto e alla crisi.





Questo è un comunicato stampa pubblicato il 11-07-2017 alle 16:36 sul giornale del 12 luglio 2017 - 771 letture

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