Celebrato a Senigallia il 72° anniversario della Liberazione, Mangialardi: "Intatto il senso di gratitudine"

26/04/2017 - Grande partecipazione alle iniziative promosse dal Comune di Senigallia in occasione del 72° anniversario della Liberazione. Tantissimi cittadini hanno preso parte alle cerimonie ufficiali celebrate nel territorio, ritrovandosi poi in piazza Roma per assistere al tradizionale intervento del sindaco Maurizio Mangialardi.

“È bello - ha detto Mangialardi - vedere ancora una volta questa piazza piena di gente, piena di donne, uomini, ragazzi venuti per la gioia di ritrovarsi insieme. Perché il 25 aprile è la festa della Repubblica, della Liberazione. È la festa della democrazia ritrovata. Sono passati settantadue anni da quando i combattenti per la libertà, i partigiani, hanno liberato il Paese dalla dittatura nazifascista. Ed è ancora intatto nei nostri cuori il sentimento di riconoscenza verso coloro che con passione e coraggio, mettendo costantemente a repentaglio le loro vite, permisero all'Italia di rinascere e di coronare il sogno a lungo coltivato della libertà e della democrazia. Oggi qui, da questa piazza, vogliamo ricordarli tutti, con un pensiero particolare a Luigi Olivi, scomparso non molto tempo fa, al quale mi legava un rapporto di grande affetto”.

“La festa della Liberazione - ha poi aggiunto Mangialardi - non è mai una celebrazione retorica, un rito laico da officiare, ma è sempre un appuntamento che porta con sé riflessioni e analisi su quanto delle aspirazioni dei nostri partigiani sia diventato realtà e quanto invece debba ancora trovare una compiuta attuazione. In tal senso, questo 2017 rappresenta una scadenza anche simbolicamente molto significativa. Infatti, la Costituzione, quella carta così avanzata nella quale i princìpi della Liberazione - la democrazia, la partecipazione dei cittadini alla vita pubblica, i diritti umani e quelli civili, la dignità, l’uguaglianza, la giustizia sociale, il diritto al lavoro – trovano una loro sistematica declinazione, venne approvata esattamente settanta anni fa. Il processo di formazione e di scrittura della Costituzione italiana, quel cantiere di civiltà giuridica al quale hanno lavorato forze politiche diversissime tra di loro, ma accomunate dalla volontà di darsi un nucleo di regole comuni, ha rappresentato una delle più alte espressioni della funzione politica. Funzione politica che significa tante cose: vuol dire anteporre il noi all’io, significa saper guardare lontano anche a costo di perdere qualcosa in termini di consenso immediato, significa avere una visione del futuro, un futuro naturalmente sempre poggiato sulle radici solide del proprio passato migliore. E la Costituzione, espressione delle forze democratiche nate dalla liberazione, ha posto le basi per lo sviluppo sociale, economico e culturale che ha contrassegnato per molti anni l’Italia. Quella fase della politica registrava una forte legittimazione da parte dei cittadini che riconoscevano a questa disciplina la funzione, direi quasi la missione di aprire la strada al progresso, al cambiamento, al miglioramento della vita delle persone. Ora questo rapporto di fiducia si è fortemente incrinato e la politica viene vissuta da una larga fetta della popolazione come un retaggio del passato, come un luogo di privilegi e di privilegiati dove vincono i più spregiudicati invece che i migliori. È indubbio che la politica, anche e soprattutto in Italia, abbia pesantissime responsabilità nell’aver favorito questo malessere e questa crescente sfiducia nei confronti delle istituzioni democratiche. Ma attenzione, l’antipolitica non può essere la ricetta contro il deterioramento della classe politica. Certo, la politica non deve essere un mestiere, ma è un’attività che non si improvvisa, richiede competenza, curiosità, vocazione al dialogo e a farsi carico dei problemi degli altri. Dunque, non si può individuare una classe dirigente ponendo come requisito il fatto che coloro che sono chiamati ad assumere una funzione pubblica non siano politici. L’obiettivo, allora, diventa quello di appassionare nuovamente i cittadini alla partecipazione, per tornare ad ascoltarci e a rispettarci, confutando le argomentazioni degli altri con misura e tolleranza. Ovviamente con chi è legittimato a farlo dalla Costituzione, perché, non dimentichiamolo, l’apologia del fascismo è un reato previsto dal nostro ordinamento giuridico”.

Durante il suo intervento il sindaco ha poi affrontato molti temi legati allo scenario attuale: dall’immigrazione (“chi è fuggito dalla propria terra per scampare a una guerra deve sentirsi a casa sua, non possiamo negargli accoglienza e solidarietà umana”) ai preoccupanti venti di guerra, sempre più minacciosi e gelidi, che scuotono il pianeta (“l’Italia ripudia la guerra, non la contrasta e neppure la nega: la ripudia nel senso che non la considera nel novero delle azioni possibili da intraprendere per una pregiudiziale etica”), per concludere ricordando la figura di don Lorenzo Milani, scomparso cinquant’anni fa. “Mi piace ricordarlo – ha sottolineato il sindaco - perché i valori che ha testimoniato nella sua vita hanno molto a che fare con l’eredità migliore della Liberazione e dei princìpi della Carta costituzionale: la necessità di aiutare chi rischia di rimanere indietro, il no alla guerra, l’attenzione ai poveri, l’istruzione come vero strumento per l’emancipazione sociale e culturale. All’ingresso della sua scuola di Barbiana don Milani aveva appeso un cartello con su scritto I Care, mi sta a cuore. Ecco forse è proprio questa frase così cara a Don Milani a offrirci la chiave di lettura più bella e autentica della celebrazione del 25 aprile: mi sta a cuore, ci sta a cuore. Ci stanno a cuore i diritti delle persone così come le loro sofferenze. Ci stanno a cuore le opportunità da dare ai giovani, ci sta a cuore la democrazia e anche l’ultimo uomo sull’ultimo barcone alla deriva. Ci sta a cuore e ci riguarda. Sempre”.







Questo è un comunicato stampa pubblicato il 26-04-2017 alle 14:50 sul giornale del 27 aprile 2017 - 613 letture

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