Il senso di Jonathan Soverchia per il tempo. Fugaci suggestioni sul suo corto “Poco prima del caffè"

07/03/2017 - Un orologio da muro rotondo, senza lancette, un ambiente domestico. Un gioco filosofico col tempo, una situazione intima. Un cortometraggio di Jonathan Soverchia, intitolato “Poco prima del caffè”, presente in rete, vincitore di 5 premi internazionali, il più recente ad Ancona come miglior film al PiGreco Filmfest – Festival internazionale di cinema breve.

Allegorie del tempo, metafore avvolte da una carta da parati vecchia maniera. Pensiamo al tempo e ci viene in mente una linea che scorre in una direzione, dal passato al futuro. E noi in mezzo, a prendere pugni, qualche volte, da entrambi. Ma nell’intimità della nostra vita il tempo è una linea molto più articolata, spesso assai complicata. Un uomo dall’aspetto innocuo, una donna dalla bellezza indecifrabile, un appuntamento che il tempo trasforma in un sogno, nell’enigma di un oracolo.

E’ quel momento del risveglio in cui, la realtà è impalpabile, i sogni sembrano reali e la realtà sembra poco credibile. Si apre una fessura sottile, come le lancette di un orologio da muro. Una sottile linea da cui il tempo scappa via e si manifesta nella sua essenza illusoria. Non siamo più abituati a vedere il tempo in una circonferenza con dodici segni. Il tempo è un numero nel display del telefonino, o il segnale acustico del promemoria, o un numeretto in basso a destra dello schermo luminoso del computer. Tante teorie, il tempo ciclico degli antichi, l’eterno ritorno, i corsi e ricorsi storici di Vico, l’estensione dell’anima in S. Agostino. Ma il tempo così rischia di essere un enigma indecifrabile e potenzialmente angosciante. Allora bisogna avere il coraggio di scherzarci, come solo le persone dotate del grande dono della leggerezza sanno fare.

Bisogna avere il coraggio di sfidarlo col sorriso e mettere le lancette al posto dei baffi, come fanno i bambini con la matita quando non hanno voglia di fare i compiti. Allora il tempo può diventare un complice. E può realizzarsi, forse, quel profondo e alchemico desiderio di poter mandare il tempo all’indietro e rivivere la stessa situazione, col sottile piacere pensare di non essere schiavi del tempo che passa e non ritorna, la candela può allungarsi invece di consumarsi. Possiamo tornare a gustare i nostri piccoli piaceri, come una bottiglia di vino che si svuota e si riempie di nuovo. Come se non avessimo buttato via tanto di quel tempo, in stupidaggini, tempo che non ritorna. O chissà, forse ritorna travestito da uomo con il cappello e con i baffi a forma di lancette, o da donna affascinante tra sogno e realtà.

Quanti spunti e quanti simboli in un cortometraggio, semplice e bello, che dimostra la maestra di Soverchia giovane registra di Castelplanio (An), che ha saputo costruire una storia sfidando le regole della scansione temporale della narrazione, protagonisti gli attori Jacopo Mancini (Jesi) e Alessia Raccichini (Ancona), musiche di Andrea Montali (Porto Recanati), scenografia di Elisabetta Pierangeli di Castelplanio, minuzioso lavoro di Luca Barchiesi (Arcevia) al suono, parte essenziale del peculiare impianto narrativo: un bel gruppo di professionisti e artisti marchigiani. Dici minuti da gustare come un caffè appena alzati.





Questo è un comunicato stampa pubblicato il 07-03-2017 alle 19:00 sul giornale del 08 marzo 2017 - 385 letture

In questo articolo si parla di cultura, massimo bellucci

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