Luciano Chiappa: la sconfinante unicità della Costituzione italiana del 1948

22/06/2016 - Il disegno di legge di revisione costituzionale imposto dal governo, ad onta del diluvio di propaganda che l’assiste, nasconde dietro la parvenza della riforma la sostanza della controriforma costituendo con ciò non un passo avanti ma un tragico passo indietro per la nostra democrazia. Per questo, innanzitutto per questo, senza dubbio, voterò e farò votare No allo stravolgimento della Costituzione.


Espongo qui le non brevi ragioni del mio No, premettendo quanto segue. Le cosi dette espressioni della società civile possono pure permettersi di dissertare in senso stretto sui temi costituzionali, i partiti politici no. Voglio sperare che i partiti politici del fronte del No evitino di perdersi attorno alle disquisizioni se è meglio una "costituzione semplice" o una "costituzione complicata"; con ciò adombrandosi una sorta di "ruota libera" non detta un po’ come accade in normali referendum: questo non è un normale referendum. Voglio sperare che essi lascino il capo del governo nella trappola in cui da solo si è cacciato, senza prestare il fianco ad operazioni trasformistiche dell'ultimo minuto o ad altri imbrogli di sorta. Egli è stato il primo a trasformare il referendum costituzionale in un plebiscito politico su se stesso e sul proprio operato: male, ma a questo punto che plebiscito sia. D'altra parte sono stati proprio i governativi a non aver avuto remora alcuna nel momento in cui, cavalcando ogni sorta d'irrazionalità, hanno nascosto l'abbattimento della Costituzione dietro al fumo dell'abbattimento della casta. Non si capisce perché, ridotto ormai il referendum ad una sorta di scelta tra salvare il capo del governo o salvare la Costituzione, il popolo debba sentirsi in imbarazzo a salvare la Costituzione: una costituzione val bene un governo.

Ciò premesso, vengo alla Costituzione. Nell'inverno del 1978, avevo sedici anni, un anziano signore dai modi gentili e dall'eloquio elegante tenne una serie di riunioni per illustrare ai più giovani la Costituzione della Repubblica Italiana del 1948. Domandai: "come fecero a scrivere la Costituzione partiti tra loro cosi tanto diversi e persino opposti?" Risposta: "non la scrissero, nella sostanza era già scritta, il problema fu di metterla in bella; una costituzione non è un documento è un parto storico". Quel signore si chiamava Ruggero Tombesi: non veniva da "Oxbridge", ma dall'attivismo politico democratico e antifascista dei decenni bui del novecento; si mormorava che fosse finito in galera insieme ad alti dirigenti del Pci, ma non apparteneva alla nomenclatura del Pci, né a quella nazionale né a quella locale; non era un intellettuale impegnato né un intellettuale organico, più semplicemente era un maestro, non un maestro di vita ma di politica. Più avanti, approfondendo i temi costituzionali, scoprii con piacere che concetti simili erano già stati espressi da Calamandrei nel 1955.

Non dimenticai più quell'insegnamento che per me valse e vale ancora oggi molto più di tante lezioni di costituzionalismo. Mi ritengo un fortunato perché un sedicenne di oggi non trova facilmente di questi riferimenti; al massimo gli è concesso di essere un "follower", un seguace; ma il primo insegnamento che grazie a Tombesi ho ricavato è che democrazia costituzionale vuol dire innanzitutto non essere un seguace; non lasciare che il proprio destino sia tracciato da altri ovvero che non vi sia altro destino che fare il seguace di altri. Non so dire se un giorno noi saremo capaci di essere dei validi maestri come le generazioni dei Tombesi lo sono state per noi, ma di una cosa sono certo: quanti vorrebbero trasformare le nostre istituzioni in un sito di account del tipo "#deficienterisponde" sono proprio coloro dai quali i giovani per primi si devono guardare.

Il nocciolo della questione, allora come oggi, sta tutto in quel punto: "una costituzione non è un documento è un parto storico". E' un punto che trova generale conferma: la trova nel processo della parlamentarizzazione britannica laddove siamo di fronte ad una delle più antiche forme di costituzionalismo del mondo senza che vi sia una costituzione scritta; la trova nella Dichiarazione dell'89 parigino che è uno dei più fecondi parti storici; la trova nella Costituzione statunitense, emendata si ma di fatto immutata dal 1787; e non di meno la trova nel fatto che il costituzionalismo più resistente all'azione corrosiva del tempo storico non è quello della "sovranità concessa" dagli illuminati, ma quello della "sovranità conquistata" dai popoli; ma, sopratutto, la trova nel nostro processo costituente. Quando i padri costituenti si riunirono non avevano davanti una carta bianca su cui, in guisa di disegni terzi o magari per via d'accordi sottobanco e opportunismi di sorta, avrebbero dovuto scrivere un mero articolato giuridico; la Carta era già piena di tutti i suoi contenuti fondamentali: a riempirla non fu chissà quale prodigio di questo o quel parlamentare ma la quotidiana, dura, spesso tragica lotta di resistenza portata avanti da donne e uomini in carne ed ossa per liberarci dal nazifascismo e dalla guerra. Fu dentro e grazie a quella lotta, dentro e anche oltre i Cln, che venne a prodursi una sintesi mirabile di natura politica, culturale ed anche umana come in quel modo e con quei contenuti se ne possono produrre una sola volta nella storia.

E' una sintesi superabile? Si, ma solo con un "nuovo parto storico"; e non mi sembra di scorgerlo. E' revisionabile? Si, ma non stravolgibile. Cosa vuol dire? Vuol dire che se voglio agire su determinati aspetti dell'ordinamento istituzionale lo devo fare mantenendo fede allo "spirito della Costituzione", ai suoi fondamenti e alla coerenza tra le sue parti; che se voglio ridurre il numero dei parlamentari è sufficiente che modifichi un numero: scrivo che i deputati sono 300 anziché 630 e che i senatori sono 150 anziché 315; che se voglio ridurre le indennità dei parlamentari basta persino una legge ordinaria; che se voglio ridurre le lungaggini dovute al "finto problema" del bicameralismo paritario posso addirittura farlo con semplici modifiche ai regolamenti parlamentari; e potrei continuare con innumerevoli altri esempi.
Ma se in un colpo solo, utilizzando appunto i più irrazionali ed illogici pretesti ed innestando "soluzioni" che di fatto stridono con i fondamenti costituzionali, modifico oltre quaranta articoli della Costituzione ovvero il complessivo assetto dell'ordinamento repubblicano,, legandoci indissolubilmente anche una legge elettorale con meccanismi di attribuzione del premio di maggioranza tali che al cospetto quelli del fascista Acerbo del 1923 o quelli della legge truffa del 1953 suonerebbero oggi come esempi di democrazia,, allora, non ho semplicemente revisionato la seconda parte della Costituzione, ho stravolto la Costituzione poiché cosi, innanzitutto, verrebbero ad essere minati i suoi fondamenti e lacerata la sua coerenza interna.

Dunque non l'ho revisionata l'ho forzatamente controriformata. Posso forzarla? Dipende. Al netto di quanto ripetutamente ribadito sia in dottrina sia dalla Corte costituzionale circa i limiti espliciti e impliciti alle revisioni costituzionali (diritti inviolabili, principi supremi ecc.), voglio qui richiamare il limite stabilito dall'articolo 139 circa la forma repubblicana. Cosa vuol dire "forma repubblicana"? Vuol dire solamente impossibilità di un ritorno alla "forma monarchica" quale vincolo dato dal referendum del 1946 o non c'è anche qualcosa di più ampio e profondo? A me pare di si: di più ampio, perché in realtà si esclude ogni forma che non sia quella della "cosa pubblica" e quindi si esclude non solo la forma monarchica, ma anche quella aristocratica, quella dinastica, quella elitaria, ecc.; di più profondo, perché alla forma della "cosa pubblica" non può che soggiacere una precisa sostanza: quella "dei tutti".
Ogni sostanza reca con se la sua forma: non può darsi "forma repubblicana", salvo il suo ridursi a pura maschera, in una soggiacente "sostanza oligarchica". Una "sostanza democratica" reca con se una "forma repubblicana" e una "forma repubblicana" reclama per se una "sostanza democratica"; ed è proprio in questo esiziale punto d'equilibrio che nasce la "costituzione"; in senso aristotelico, la "politeia" cioè il costituirsi del popolo come "potere di tutti" e "per tutti"; in senso lato inteso, il costituzionalismo moderno.
Se dunque si introducono nella Carta costituzionale "formule ordinamentali" che ne esasperano il carattere oligarchico o tecnoligarchico il rischio che si corre non è solamente quello di compromettere la Costituzione abbruttendola persino nel suo stile linguistico,, basti qui riferirsi alla "politicante complicazione" data dal pasticcio costituzionale e linguistico del nuovo articolo settanta sulla funzione legislativa o dalla formula stessa del nuovo Senato in confronto alla "trasparente semplicità" dell'originario articolo settanta,, ma è anche quello di ledere nella sostanza la forma repubblicana e di non avere più una costituzione nell'accezione profonda e moderna del termine, si da rotolare verso una sorta di contro costituzione. L'esasperazione oligarchica delle formule può anche passare al vaglio della "mera costituzionalità", ma non certo al vaglio politico mio di cittadino; con tutto il rispetto per le supreme corti, il vaglio ultimo non per caso è e deve rimanere quello del popolo sovrano.

Ma c'è di più. Pur essendo come quello centenario britannico e come quello francese e americano settecenteschi un "processo storico irripetibile", quello italiano novecentesco si distingue dagli altri per essere anche un "processo unico" nel panorama del costituzionalismo moderno. Esso segna infatti un passo avanti di enorme portata rispetto al costituzionalismo liberale tout court, condensato in quello straordinario contenuto filosofico, economico, giuridico, politico, istituzionale che è dato dal combinato disposto dei primi quattro articoli e in modo particolare del primo e del terzo. Non posso dire che questo passo avanti sia stato ben custodito e sufficientemente studiato e compreso nel suo carattere dirompente rispetto al costituzionalismo precedente. Quel che posso dire è che se un limite è ravvisabile lo è, certo non nella scarsa innovazione, semmai, nell'incompiuta innovazione, in un'innovazione non portata a coerente conseguenza; nel "contenersi del passo avanti" entro un patto morale laddove quello politico sarebbe risultato impossibile. Di guisa che il compito sarebbe oggi proprio quello di renderlo politicamente possibile giacché il vero fallimento delle classi dirigenti politiche, ciò che realmente da decenni invano si attende, non è la revisione bensì più tragicamente l'attuazione (mancata) della Costituzione.

E questa "irripetibile unicità" si è presentata ai costituenti già fissata nei suoi contenuti fondamentali non per caso o per grazia divina ma grazie al fatto che la resistenza è stata prevalentemente caratterizzata da ben precise tradizioni politico culturali: quella del comunismo italiano; quella del cattolicesimo; quella socialista, democratico laico repubblicana, e anarchica; quella del liberalismo revisionato che in Italia,, sin dai primi anni venti del secolo scorso, grazie all'opera del gruppo politico "Giustizia e Libertà" e in senso lato dell'azionismo liberale dei vari Salvemini, Rosselli e poi Calamandrei ma non di meno grazie all'originario e originale apporto di una differenziata molteplicità di energie intellettuali liberali dell'antifascismo militante democratico tra cui non posso qui non ricordare quella del giovane Piero Gobetti,, ha marcato ancor più che altrove la propria distinzione nell'ambito più generale del liberalismo ovvero dalla destra liberale. Insomma, precise tradizioni politico culturali peculiarmente radicate nei processi storici nazionali e che sono state espressione di molti milioni di "italiani costituenti" che si resero con ciò "prodotto storico intangibile" per dirla con Moro. Il succo che la storia ci consegna è che non può rinvenirsi alle fondamenta del processo costituente italiano, non riducendosi alla compromissione del liberalismo storico col regime fascista la sola causa, alcun ruolo determinante delle tradizioni liberali collegabili al "liberalismo classico" o al "liberalismo utilitaristico" di stampo più precipuamente anglostatunitense.

Tradizioni queste ultime che, nelle loro varianti neoliberali attuali, sia in campo economico che filosofico e purtroppo anche giuridico, hanno segnato però la controffensiva liberale su scala globale divenendo le più formidabili coperture teoretiche della seconda restaurazione capitalistica entro il dominio del Capitale finanziario globalizzato nella sua incessante catena di distruzione ambientale, economica, sociale, umana e culturale, guerra permanente e migrazioni bibliche comprese. Il neoliberalismo che oggi domina il mondo pretende quindi un ritorno a se anche di quel costituzionalismo, ove la Costituente italiana primeggia, che i processi storici avevano già disposto oltre il liberalismo in forma che potremmo definire democratico pluralista. Non è un caso che l'azione lobbistica più pervasiva per la modifica delle così dette "costituzioni mediterranee", ritenute troppo democratiche e poco neoliberali, sia venuta dal mondo dell'alta finanza; valga il caso della banca d'affari JP Morgan Chase che per tempo, e con la consulenza e il pressing sui governanti d’Italia, Spagna e Grecia di personaggi come l'ex primo ministro britannico Blair, ha stilato precise proposte di riscrittura delle "nostre costituzioni". Sta di fatto che i più ossequiosi alle consegne sono stati proprio gli attuali governanti italiani i quali, da bravi pupazzetti e paventando compulsive ultime spiagge, sembra non trovino pace per non essere ancora riusciti, pur essendovisi completamente immedesimati, a rendere piena ed efficace ubbidienza ad una sorta di hegeliano "spirito del tempo" del Capitale globalizzato.

Si sente spesso lamentare che "solo nella Costituzione italiana c'è questo o quello ecc."; è vero, ma non è il segno dell'essere arretrato della nostra Costituzione, in larga misura è proprio il frutto del suo essere qualcosa di più avanzato delle vecchie costituzioni liberali. Quindi prima di ogni altra cosa è da respingere il disegno del forzato ritorno ad un vecchio costituzionalismo: quello entro il quale i dettami costituzionali sono ridotti a pure dichiarazioni di principio sotto il paravento delle quali si staglia una costituzione materiale che impedisce una reale e piena emancipazione sociale e civile dei cittadini; e che sposta l'ago della bilancia della vera dicotomia in gioco, quella tra potere democratico e potere oligarchico, decisamente in favore di quest'ultimo esautorando con ciò il popolo dall'effettivo esercizio del potere politico.

Sostituire, anche nel senso comune, la dicotomica oligarchia-democrazia con la dicotomia semplice-complicato, laddove al complicato viene maldestramente confuso anche ciò che è e non può che essere complesso, è niente più che una furbata retorica per procedere senza dirlo verso un ritorno ad una democrazia neoliberale; che, per la sua natura e dato il carattere più avanzato della nostra Costituzione, si tradurrebbe inevitabilmente in una sostanziale riduzione del contenuto democratico del nostro assetto istituzionale rappresentativo complessivo e in specie di quello decentrato che nei suoi risvolti autonomisti e federalisti verrebbe condannato a morte certa. La nostra democrazia, già sottoposta a non irrilevanti restringimenti della sovranità popolare, se passasse la controriforma costituzionale governativa, sarebbe sempre più simile ad una vera oligarchia e sempre meno ad un vera democrazia.

Non mancano le giustificazioni di quelli che prima votano "l'obbrobrio" e poi ti vengono a raccontare che la modifiche costituzionali votate dal parlamento non sono il massimo, si, ma bisogna "stare sereni" perché la prima parte della Costituzione, quella sui principi, non è stata toccata. Ma io domando a quei parlamentari che per decenni si sono riempiti la bocca della Costituzione: se siete in buona fede, se vi è rimasto un briciolo di onestà intellettuale, se per un decimo di secondo riuscite ad anteporre i temi democratici agli interessi di bottega, come fate a non ammettere, innanzitutto a voi stessi, che l'insieme di ciò che avete votato in parlamento compreso ovviamente il combinato disposto "riforma-italicum" produrrà effetti destitutivi anche su tutta la prima parte della Costituzione.

Certo, il movimento democratico che si è sempre mosso in difesa della Costituzione ha comunque una questione da dirimere; che è culturale prima ancora che politica. La nostra Costituzione, infatti, se è vero che non è una costituzione meramente liberale, non può essere nemmeno definita e auspicata nel suo sviluppo ulteriore come una mera costituzione socialista. Voglio dire che noi, noi inteso come quel "99%" che è forza prima della società ma forza minoritaria se non inesistente nei luoghi del potere, siamo oggi di fronte a questioni di tale portata le cui soluzioni richiederebbero anche di essere indagate e nominate con concetti e strumenti di emancipazione sociale che non siamo ancora stati capaci di esprimere. Ma è proprio la Costituzione stessa che ci viene in soccorso; sia pur in nuce ed entro un costrutto ancora morale, è nella Carta costituzionale del 1948 che sono infatti presenti alcuni fondamentali elementi che ci possono consentire di esprimere politicamente "l'inaudito" come la "forma storica attuale dell'adeguato"; una ragione in più perché essa sia ancor di più valorizzata anche come uno dei rimedi di base contro la totale inadeguatezza di tutte le tradizioni politiche oggi presenti, sostanzialmente epigoni delle tradizioni novecentesche quando non ottocentesche.

Ma questo è un altro capitolo i cui processi di sviluppo richiederanno tempo e non potranno certo ridursi allo spazio breve di questa o quella tornata elettorale; anche se si presentano ormai come processi largamente maturi perché possano essere avviati, in forme e contenuti filosofici, economici, giuridici, politici che la storia non ha mai conosciuto prima.





Questo è un comunicato stampa pubblicato il 22-06-2016 alle 22:10 sul giornale del 23 giugno 2016 - 1325 letture

In questo articolo si parla di politica, luciano chiappa

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