De Cristofaro incastrato da una telecamera, la ricostruzione della fuga attraverso l'Europa

20/05/2016 - “La Polizia di Ancona mi perseguita”. Queste sarebbero state le parole di Filippo De Cristoforo, il latitante più inportante in Italia tra i criminali non associati alla mafia, al momento dell’arresto, avvenuto giovedì pomeriggio, prima di congratularsi con gli agenti. Anche il Vicequestore aggiunto Eugenio Masino della Sco di Roma è arrivato in mattinata ad Ancona per ricostruire la vicenda.

L’identikit del killer del catamarano non è certo quello di uno sprovveduto. Divenuto esperto informatico grazie ad un corso in carcere - tanto da portarsi via un hard disk dal carcere di Porto Azzurro per evitare di essere intercettato nell’immediato -, conoscitore di diverse lingue – inglese, francese e portoghese ,a cui si sono uniti alcuni idiomi orientali appresi dagli altri detenuti grazie alla sua forte predisposizione -, e stando alle parole del dirigente della Mobile Virigilio Russo “uomo pratico al punto da ottenere facilmente qualunque tipo di lavoro e che non si perde mai d’animo”. L’indagine è risultata quindi particolarmente complicata sin dai primi giorni. A novembre 2015 inoltre è passata dal coordinamento della Procura della Repubblica di Ancona a quello della Procura milanese con l’avvio del processo per la sua fuga dal carcere di Opera nel 2007.

IL PERCORSO In permesso premio per buona condotta, nonostante le polemiche dovute al fatto che già sette anni prima aveva sfruttato questa occasione per fuggire e pur dovendo scontare solo altri due anni (dato che in Italia l’ergastolo è commutato in trent’anni di reclusione ormai da tempo), a sessant’anni ha voluto riprovare l’ebbrezza della libertà. Dopo una notte passata nella stanza a lui dedicata sull’isola d’Elba in compagna di pizza, birra e forse una donna incontrata occasionalmente, si è diretto a Civitavecchia per attraversare l’Appennino fino ad Ancona per poi raggiungere Pescara e, nello stesso giorno, Bari. Da qui sarebbe dovuto salpare per raggiungere l’Albania, ma l’assenza del contatto che lo avrebbe dovuto aiutare lo avrebbe spinto a prendere un treno per Milano da cui partire alla volta di Marsiglia. Nella città francese sarebbe rimasto due mesi svolgendo lavori occasionali prima di dirigersi a Lisbona. Convinto dell’eccessiva presenza di polizia, avrebbe quindi deciso di stabilirsi a Galamares, quartiere residenziale della piccola cittadina di Sintra, a una 30 di km dalla capitale. Avrebbe però svolto altri lavoretti proprio a Lisbona vivendo da pendolare con il treno.

I DEPISTAGGI Mettendosi subito sulle sue tracce, i poliziotti anconetani ne hanno ricostruito i movimenti verso l’Albania. Ma lui non vi era mai arrivato cambiando all’ultimo momento i suoi programmi. Poi una lettera molto dettagliato che forniva informazioni in merito alla sua presenza in Ucraina, ha fatto convogliare gli agenti in quel paese proprio durante la guerra d’indipendenza della Crimea. Una volta scoperta la sua assenza si sono diretti in Olanda, dove risiede la figlia, la giornalista televisiva Caroline De Cristofaro. Questa volta però il fuggiasco non ha commesso gli stessi errori della sua prima evasione e ha evitato di contattare i suoi parenti più stretti e l’amico Peter Brandik. Per restare in collegamento con i suoi contatti sarebbe riuscito a sfruttare la connessione wi-fi del Palazzo Marconi, sede della compagna telefonica nazionale portoghese, di Lisbona, crackando la password rimanendo all’esterno della struttura e utilizzando un profilo facebook fasullo.

LA SVOLTA È arrivata quando la Mobile dorica lo ha riconosciuto in un frame di una delle telecamere di sorveglianza della stazione di Sintra (tutti i suoi spostamenti sarebbero infatti avvenuti in treno secondo gli inquirenti). Tuttavia, il blitz realizzato congiuntamente da poliziotti anconetani, della Sco di Roma, dall’Eurojast e dall’Interpol, ha spiegato Eugenio Masino “Non è stato pianificato”. Gli investigatori avrebbero solo seguito una serie di indizi che col tempo si sarebbero fortificati fino al punto di permettere la cattura di Filippo De Cristoforo con ancora addosso le stesse scarpe da tennis con cui era evaso due anni fa ma i capelli più lunghi e con se un passaporto, una carta d’identità e una patente nautica italiane a nome del suo alias inesistente Andrea Bertone, unitamente ad un codice fiscale portoghese e a circa 5.900 euro, somma per gli investigatori difficilmente giustificabile con i suoi lavori occasionali. Gira anche la voce secondo cui lo scaltro malvivente avrebbe tentato di avviare proprio a Lisbona un’attività di commercio di diamanti con il Centrafrica.

UNA STORIA PERSONALE A sentirsi particolarmente coinvolto per tutta la durata delle indagini, partite quando il capo della Mobile era ancora Giorgio Di Munno e concluse sotto il comando di un particolarmente soddisfatto questore Oreste Capocasa, il vicedirigente della Mobile Carlo Pinto che ha ricordato di trovarsi a Senigallia quel fatidico 28 giugno 1988 del ritrovamento. “Ero un semplice agente ausiliario – ha dichiarato – quando con un collega mi sono ritrovato a passare una giornata libera in una stabilimento dope faceva il Guardiaspiagge un mio compagno di scuola. Ricordo l’arrivo del peschereccio Azzurro ’83 con il pescatore che urlava aiuto e depositava a riva il corpo di Annarita Curina, dilaniato dai pesci e dall’acqua, avvolto in una coperta e legato a quell’ancora di 17 kg. Non si riusciva più nemmeno a capire se fosse una donna oppure no”. Ne riparla dopo quasi ventotto anni da un punto di vista molto diverso, tirando anche un sospiro di sollievo per la conclusione della vicenda. Si continua però a indagare per scoprire eventuali coinvolgimenti di altri soggetti che abbiano potuto aiutare economicamente De Cristofaro.


di Enrico Fede
redazione@vivereancona.it

 






Questo è un articolo pubblicato il 20-05-2016 alle 16:16 sul giornale del 21 maggio 2016 - 2840 letture

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