Andrea Rossi, senigalliese in Costa d'Avorio durante l'attentato racconta la sua esperienza

17/03/2016 - Domenica 13 Marzo, in Costa d’Avorio, vicino alla capitale Abidjan, presso la località turistica Grand-Bassam, un commando di uomini armati ha sparato sulla popolazione civile, lungo le spiagge, tra hotel e resort. Il bilancio è di 18 morti: quattro europei, otto ivoriani, tre agenti di polizia e tre jihadisti. L’attentato è stato rivendicato da Al-Qaeda.

Tra gli italiani presenti, per fortuna nessuno coinvolto direttamente, vi era anche Andrea Rossi, che viaggia, tra Italia e Africa, sia per lavoro sia per attività sociali, legate alla Fondazione Maria Grazia Balducci Rossi Onlus di Senigallia, che in Costa d’Avorio, ha costruito e gestisce una casa di accoglienza e un centro sanitario vicino alla capitale.

Andrea, che si trovava ad Abidjan, racconta: “Ho saputo dell’attentato da alcuni collaboratori, che gestiscono delle coltivazioni proprio nell’area di Grand-Bassam. Mi hanno avvertito immediatamente. Subito dopo siamo entrati in contatto con il Consolato italiano. La tensione era massima, non si avevano notizie certe. Così abbiamo iniziato un tam tam telefonico, per verificare che altri italiani e francesi nostri amici stessero bene. Quella zona è frequentata da turisti ma anche da stranieri che lavorano ad Abid0jian, soprattutto durante il weekend”.

Nelle ore successive la capitale è stata militarizzata, tra controlli della Polizia e posti di blocco dislocati capillarmente. Le Ambasciate europee hanno diramato una comunicazione sconsigliando di uscire, di frequentare luoghi turistici e affollati. L’invito era di rimanere nelle proprie abitazioni o negli alberghi.

Il livello di allerta era alto anche nei giorni precedenti, ma non vi era la sensazione di un pericolo imminente. E’ difficile valutare il livello di rischio.”, continua Andrea. “Superato lo shock iniziale, che tutto fosse cambiato, lo si percepiva dagli occhi della gente.”

La Costa d’Avorio, nell’ultimo decennio, ha superato ben due conflitti: un colpo di stato nel 2000 e una guerra civile nel 2011. Il cammino di stabilità e di pace si può dire fosse appena iniziato.

Nel 2011, la Fondazione era già presente in Costa d’Avorio, ci sono stati momenti di tensione, ma la differenza tra un attacco terroristico e una guerra è marcata. Quando attraversi un luogo di guerra, sai cosa ti aspetta, sei preparato anche psicologicamente. La guerra ha delle regole, sbagliate ma ha delle regole. Il terrorismo no. Ti coglie all’improvviso, alle spalle, mentre tu sei intento a vivere.”

Quale futuro prevede possa esserci per la Fondazione in Costa d’Avorio anche alla luce di questo attentato?

Si va avanti, siamo lì per aiutare i più bisognosi e permettere loro di costruire un percorso di vita autonomo. La Fondazione è in Costa d’Avorio per offrire assistenza sanitaria, istruzione scolastica e professionale. Noi facciamo questo. E continueremo a farlo guardando ai villaggi interni della foresta che sono privi di servizi, di strutture, dove nemmeno lo Stato vuole investire. Recentemente abbiamo presentato, a istituzioni locali e internazionali, un progetto, chiamato Progetto di Sviluppo Rurale, per portare elettricità e acqua a queste popolazioni e poi sviluppo agricolo e artigianale. Perché siamo convinti che la violenza della guerra o del terrore possa essere combattuta anche attraverso la coesione sociale e la crescita personale delle persone.”





Questo è un articolo pubblicato il 17-03-2016 alle 16:20 sul giornale del 18 marzo 2016 - 4589 letture

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