Parcheggiatori all'ospedale: ecco chi sono

11/02/2016 - Entriamo con la macchina nel parcheggio dell’ospedale di Senigallia, sono le 11 e mezzo e non c’è un posto neanche a pagarlo. Facciamo un giro, vediamo auto parcheggiate ovunque, quando da un gruppo di migranti si avvicina un ragazzo che dice: “aspettate che c’è un posto libero”.

Ci guardiamo con aria interrogativa, ma dopo pochi secondi una macchina davanti a noi esce dal posteggio e ci infiliamo lì. Scendiamo, ringraziamo per la dritta ed il nostro parcheggiatore ci propone dei calzini. Io ne prendo, perché mi servivano. Ci presentiamo, scopriamo che il ragazzo non è poi così giovane: si chiama Low, ha 37 anni e viene dal Senegal. Abita a Senigallia da 7 anni, prima ha vissuto in Germania e a Parigi con suo cugino. Non è solo al parcheggio, ce ne sono altri tre con lui, anche loro originari del Senegal: Palmor, in Italia da 8 anni, Modu, 3 anni a Torino e da due in città ed un ultimo di cui non afferriamo bene il nome. Il loro italiano non è perfetto ma più che sufficiente per capirci. I

tuiscono che non dobbiamo andare all’ospedale e chiariamo perché siamo lì: “siamo di Arvultùra, lo Spazio Autogestito di Senigallia. Siamo qui perché alcune settimane fa, in questo parcheggio, c’è stato un presidio a sfondo razzista. L’avete visto?” “No, perché siamo scappati”; e noi: “Siete scappati ed avete fatto bene, ma se volete, ora gli potete rispondere. Vi chiediamo solo di raccontarci la vostra storia”. Al parcheggio dell’ospedale lavorano a giorni alterni due squadre di quattro persone, tutte senegalesi. Per comodità li si definisce parcheggiatori abusivi, ma anche un bambino riconoscerebbe subito la differenza tra loro e gli affiliati alla criminalità organizzata che nelle grandi città gestisce questo tipo di business. Chi invece non sa di cosa parla e si arroga il diritto di usare parole come “estorsione” e “pizzo” farebbe meglio a farsi un giretto là dove sono i veri problemi. “A me non piace stare qui a vendere i calzini e chiedere i soldi alla gente, vorrei un lavoro vero” ci dice Low, sorride e continua “e poi qui al parcheggio non si vedono belle ragazze…”.

Le loro storie sono simili: sono arrivati in Italia in maniera regolare; Low lavorava alla Baioni di Monte Porzio, Palmor ha lavorato per anni alla Pershing di Marotta, Modu quando era a Torino lavorava nell’agricoltura. Poi tutti e tre hanno perso il posto ed ora, quando possono, fanno lavori saltuari e quando non trovano niente di meglio, vengono al parcheggio. Low ha diverse esperienze alle spalle: è stato collaboratore domestico, ha montato pannelli solari, ha fatto la vendemmia e, grazie all’Opera Pia Mastai Ferretti, è riuscito a lavorare per sei mesi durante l’estate; “quando c’è lavoro” dice “io lavoro anche il sabato e la domenica, perché mi pagano di più”. I soldi infatti gli devono bastare anche per quando lo stipendio non c’è e deve comunque pagare affitto, bollette e sostenere la moglie e la figlia rimasti in Senegal. Ascoltando le loro storie è facile capire come i migranti siano le prime vittime della crisi di un sistema che li ha accolti quando servivano alla produzione ed ora vorrebbe rispedirli indietro, quasi fossero dei resi. Basti vedere i dati dell’Istat, i quali rivelano che dal 2007 il numero di migranti che ha perso il lavoro è doppio rispetto a quello degli italiani. Ci racconta tutto questo e non smette quasi mai di sorridere, ripete più volte che la maggior parte degli italiani è gentile. Gli spieghiamo che tuttavia qualcuno sembra sentirsi a disagio con loro e qualcun altro si permette di definirli addirittura accattoni.

“Non siamo cattivi, se facciamo i parcheggiatori è perché non vogliamo rubare, non vogliamo vendere droga, e cerchiamo semplicemente di sopravvivere. Quando troviamo un portafoglio, delle chiavi o dei documenti per terra li portiamo all’ospedale o alla polizia, puoi andare a chiedere. Proviamo sempre a dare una mano. Ad esempio, quando c’è stata l’alluvione, per una settimana siamo andati volontariamente a spalare il fango”. E continua “qualcuno esce di casa già arrabbiato e quando ci vede si sfoga su di noi”. Probabilmente il fatto che sia il parcheggio di un ospedale non li aiuta. Passa una donna italiana, sulla quarantina, saluta Low e gli chiede come sta; si ferma un attimo a parlare. Si chiama Francesca ed ha un familiare all’ospedale, ci dice che a lei i ragazzi sono simpatici: “non ci sono problemi. Vengo qui quasi tutti i giorni e hanno capito che non posso lasciare dei soldi ogni volta”. Alcuni dicono che sono troppo insistenti. Qualcuno (a cui fa comodo) li accusa di fantomatiche minacce. Low per un attimo smette di sorridere e risponde: “siamo tutti diversi, come le righe sul palmo di una mano. Se vedo uno di noi che insiste con qualcuno io vado e gli dico di smettere, che se non vuole lasciare niente non importa. A noi non piace stare qui”.

Questa però è solo la metà della risposta, l’altra metà era nei suoi occhi e purtroppo non è possibile tradurla in parole. Spesso, nella frenesia delle nostre vite, non riusciamo a mettere a fuoco ciò che ci sta intorno. Ad esempio, secondo i dati dell’Inps, i migranti sono indispensabili a tenere in piedi il nostro sistema produttivo nonché pensionistico, poiché la stragrande maggioranza di loro è in età lavorativa, mentre la popolazione italiana invecchia sempre più. Inoltre fanno i lavori meno qualificati, spesso a condizioni umilianti. Quindi perché a qualcuno fa comodo presentarci queste persone come un problema? Forse perché non dobbiamo fermarci a riflettere sulla realtà di un sistema che concentra le ricchezza nelle mani di pochi e impedisce di fatto la redistribuzione delle risorse tra chi, questo sistema, lo sostiene con la propria vita e il proprio lavoro. Una settimana fa il rapporto Oxfam 2015 ha rivelato che in Italia l’1% dei più facoltosi detiene un quarto dell’intera ricchezza nazionale. A questo punto, forse, dovremmo riconsiderare quali sono le vittime e quali i carnefici.





Questo è un comunicato stampa pubblicato il 11-02-2016 alle 17:03 sul giornale del 12 febbraio 2016 - 4703 letture

In questo articolo si parla di attualità, spazio occupato arvultura e piace a michele dragodargento Daniele_Sole eneabartolini

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Grazie per questo articolo ragazzi!

angelo pagliarani

11 febbraio, 19:06
Visto che altrove ci sono problemi più grossi, fino a che non sprofondiamo a quel livello dobbiamo sopportare ?
non sarebbe meglio che tutti facessero un lavoro regolare, pagando le reative tasse?
(per me) ogni abusivo sottrae (=ruba) soldi allo Stato, o no?

Un'inchiesta molto interessante, peccato che poi la buttino sull'ideologia e comincino a dire cose che non c'entrano niente e che a volte sono pure sbagliate. Clamoroso l'abbaglio sulle pensioni. Dubito che i parcheggiatori abusivi versino contributi pensionistici.

E comunque ci sarebbe una facile soluzione, che richiederebbe buon senso e non ideologia. Togliere le macchinette e dare lavoro a veri parcheggiatori, in regola. Ci rimetterebbe soltanto il concessionario, che probabilmente fa parte di quell'1% dei più facoltosi. Ci guadagnerebbero tutti gli altri, compresi i parcheggiatori e i pazienti dell'ospedale.

Sig. Brenno,
se ha letto attrentamente l'articolo i parcheggiatori dicono che finche' hanno avuto occasione (oggi compreso) hanno svolto lavori regolari, anche perche' questo e' anche per loro l'unico modo per garantirsi poi una pensione.
Sono d'accordo con il rimuovere le macchinette (che peraltro all'ospedale non ci sono ancora) e mettere parcheggiatori veri ma poi siamo sicuri di evitare che l'appalto prende quell'1% e li fa lavorare lo stesso in nero?

Vediamo di puntualizzare:

1. Se uno è stato licenziato non ha il diritto, legalmente, di inventarsi un lavoro "illegale" (tale è al definizione di accattonaggio) per garantirsi la sussistenza.

Lo stato di diritto, in italia, è ancora in vigore, anche per gli stranieri.

2. I contributi inps, dati alla mano, sono solo in minima parte versati dai cittadini stranieri e, tra questi, la maggior parte è a carico di cinesi e imprenditori stranieri. Soprattutto per una questione di reddito, dato che è il reddito determina i versamenti ai fini pensionistici.

3. Il fatto che uno si sia guadagnato la propria ricchezza e venga criticato dagli estremisti di sinistra si commenta da se.
Peraltro non mi risulta che in arvultura siano tutti figli di braccianti o operai, eufemisticamente parlando.

4. I danni alle carrozzerie dei veicoli rientrano nella violazione dell'articolo 635 del codice penale, oltre ai danni materiali. Se arvultura apre un conto in una carrozzeria per far riparare i danni non c'è problema.

5. E' tipico degli estremisti "fifolare" per gli stranieri e "criticare" gli italiani. Si definiscono "democratici e tolleranti" ma poi criticano che la pensa diversamente da loro, piuttosto ipocrita.

6. Tutti hanno il dirtto al reddito, italiani compresi, soltanto che i milioni di italiani disoccupati, in genere, non violano la legge con le protezioni sociali e politiche di gente che non è mai uscita dalla regione in cui abita e pretende di dare lezioni di morale e persino di etica agli altri.

Ossequi.

Commento modificato il 12 febbraio 2016

Ho sentito/letto diverse questioni relative ai parcheggiatori, e qualcuno che si sentiva minacciato se non pagava, altri che parlavano di sfridi alle auto che prima non c'erano e dopo si (non pagando i ragazzi nei parcheggi): personalmente non ho mai avuto alcun problema a dire di no, ma credo dipenda molto dal modo e da chi oppone un diniego.

Vorrei invece rivolgermi a chi pensa che queste persone dovrebbero tornare a casa loro, una volta perso il lavoro qui, e lo faccio da persona che ha dovuto emigrare.
Non è facile nemmeno per gli italiani trovare un lavoro all'estero restando a casa in Italia ed usando tutti i canali possibili, incluso internet: anzi è necessario essere sul posto per captare tutte le informazioni possibili per un lavoro.
Se è difficile per noi "italiani", figurarsi per queste persone che seppure spesso molto acculturate (leggi: con laurea) partono da paesi che reputiamo "in via di sviluppo" .
Quindi già per loro è difficile arrivare qui da noi, e finchè l'economia "tirava" c'era qualche possibilità.
Ora con la crisi, e la mancanza generalizzata di lavoro, credete forse che tra la possibiltà (remota) di trovare un nuovo lavoro da noi, o magari passare al nord Europa, (ma lo avrebbero già fatto se avessero potuto) a fronte della certezza di non trovare nulla da fare a casa propria, deciderebbero tranquillamente di tornare a casa?
Oppure, come credo molti al loro posto, accetterebbero anche un minimo accattonaggio pur di restare e sperare in tempi migliori?
In questo caso specifico, per loro come per tutti gli italiani che non trovano lavoro, l'unica soluzione sarebbe la regolarizzazione di piccoli lavoretti, come mi pare il Comune stia provando a fare.

alessandro centola

12 febbraio, 15:32
Premettendo che considero l'ideologia un fattore connaturato naturalmente all'uomo e che quindi può rappresentare anche aspetti positivi nel confronto delle idee, non riesco a capire cosa ci sia di ideologico nell'articolo.

Fortuna che c'è Daniele_Sole che si erge a spiegare a noi poveri cittadini ignoranti come stanno le cose dal suo progressista e saccente punto di vista.
Ci vogliamo rendere conto che è un racket, una mafia, come la vogliamo chiamare, la loro presenza ORGANIZZATA???
Guardiamo in faccia alla realtà: Sindaco se ci sei batti un colpo!