Giornata della memoria, l'olocausto nel ricordo di un cittadino

Giornata della Memoria 26/01/2016 - La redazione riceve e pubblica una lettera firmata da un cittadino chiaravallese, che ricorda come anche nelle Marche ci furono campi di concentramento.



27 gennaio 1945-27 gennaio 2016. Settantuno anni sono passati dal terribile genocidio degli ebrei nei Campi di Concentramento ad Auschwitz, Mauthausen-Gusen, Fossoli, e tanti altri ancora. Uno sterminio indicato con i termini Shoah e Olocausto. Eppure dopo settantuno anno, c'è chi ancora sostiene, che, tutto questo non sia successo e che lo sterminio degli ebrei, sia solo una balla, una pura invenzione, una grande falsità storica, e una bugia. Una bestemmia questa è; e fra tutte le più grande e gravi bestemmie, che un umano posso mai dire, questa è la più grande.
A coloro che dicono questo, si può solo consigliare di andare a leggersi i libri di Storia o vedere i documentari o leggersi autori come Primo Michele Levi e Carlo Levi.
Se non si vuole fare tutto questo, basta leggersi queste mie parole, le quali sono un ricordo di quel terribile evento, che ha fatto nascere e istituzionalizzare la Giornata della Memoria.

Parole – le mie, – che non si concentreranno sulla Storia in generale, ma molto velocemente sulle Marche, poiché anche questa Regione ha contribuito all'Olocausto, con i Campi di Internamento, i Campi di Concentramento, i Punti di Raccolta, i Campi di Internamento “libero”, e i Campi di Concentramento per prigionieri di guerra, dislocati in tutte le Province marchigiane.

I Campi di Internamento, furono i figli della Legge Razziale, i quali praticavano un isolamento, basato sull'appartenenza razziale. Per essere rinchiusi in questi campi, bastava il “sospetto” e un dato certo della persona, ovvero, quello di non appartenere e aderire, al Regime Fascista.
Questi campi dovevano essere costruiti, in luoghi di scarsa importanza militare, con la quasi assenza di vie e strumenti di comunicazione, e con una bassa presenza socio-demografica. In poche parole, dovevano essere realizzati, in luoghi distanti dai limiti territoriali e sempre sotto la massima sorveglianza; e questi campi, erano destinati sia agli italiani sia agli stranieri.

I Campi di Concentramento, invece, erano luoghi, che accoglievano civili segregati, i quali erano destinati lì, per una decisione amministrativa (civile e militare).

I Campi di Internamento “libero” furono dei luoghi, in cui vennero rinchiusi soggetti poco pericolosi, per il Regime Fascista; e venivano isolati dai familiari, dai parenti, e dagli amici.
Gli internati “liberi” non potevano allontanarsi e uscire dal campo, senza una carta firmata dai Carabinieri; e inoltre in questi campi c'era poca acqua corrente, la quasi assenza dei bagni, un riscaldamento basilare, un elevato prezzo degli alimenti, e una claudicante erogazione di elettricità.

I Campi di Concentramento per i prigionieri di guerra, invece, erano composti da dormitori, magazzini, centri ricreativi, infermerie, cucine e locali doccia.

Rimangono i Punti di Raccolta, ovvero, i luoghi in cui venivano “depositati” gli ebrei, che erano destinati ai vari Campi di Concentramento, come ancora oggi è visibile (in parte) la scalinata della Colonia marina di Senigallia, che dal 1943 al 1944 ospitò, i bambini ebrei dell'UNES (Unione Esercizi Elettrici), per i “bagni di sole”.
Questi e altri Punti di Raccolta erano gestiti da una direttrice, la quale comandava due inservienti e una cuoca.

Detto questo, una domanda sporge spontanea, ovvero, come vivevano gli internati dentro questi campi marchigiani? Non potevano uscire se non con permessi firmati, e seppur fuori, dovevano essere scortati e seguiti, dalle guardie o dai Carabinieri. Inoltre non potevano occuparsi di Politica, non potevano avere radio, passaporti, e documenti personali d'identità.
Nel 1941 solo gli internati “non pericolosi” ebbero il permesso, di lavorare all'esterno dei campi, in lavori agricoli e industriali.
A tutto questo si deve aggiungere, lo scarso materiale per la notte di ogni internato, il quale consisteva di una branda o letto in ferro, di un materasso in lana o in borra o in crine, un cuscino con federa, due lenzuola, una-due coperte, due asciugamani, una sedia e uno sgabello, un catino, un bottiglia con un bicchiere.

Anche le donne e i loro bambini, furono le vittime dei campi marchigiani.

Concludo questo mio ricordo, con un esempio ancora oggi visibile (in parte), nella Provincia di Ancona. L'ex campo in questione è quello di Montemarciano, il quale era collocato all'interno dell'attuale Casa di Ricovero per Anziani “G. B. Marotti”, la quale dell'ex Campo di Internamento “libero” conserva solo la facciata principale esterna in pietra.
In questo campo vennero internati, coloro che erano poco pericolosi e tre croati, i quali facevano parte di un gruppo, di 250 internati di Molat.
Internati, che vissero in condizioni disumane e bestiali. Oltre a Montemarciano, anche paesi come Monte S. Vito e Morro d'Alba – per citarne alcuni, – ebbero i loro Campi di Internamento “libero”.

Lettera firmata da Stefano Bardi, cittadino chiaravallese





Questo è un comunicato stampa pubblicato il 26-01-2016 alle 19:34 sul giornale del 27 gennaio 2016 - 639 letture

In questo articolo si parla di attualità, shoah, olocausto, giornata della memoria, marche, lettera

Licenza Creative Commons L'indirizzo breve è https://vivere.biz/asXe