Montesi (Città Futura): 'Cinque mosse per il Misa'

Luciano Montesi 28/05/2015 - Un corso d'acqua è tutt'altro che un sistema statico e immutabile nel tempo, pensare che possa esistere il rischio zero dalle alluvioni, relativamente al Misa come agli altri fiumi delle Marche, è quanto meno imprudente: è sempre meno prevedibile la quantità di pioggia che può cadere e in quanto tempo.

Certamente l’anno scorso di acqua ce n’ era, e tantissima. E allora, da dove è arrivata? Questa è una domanda che in pochi si sono posti. Negli ultimi 60 anni si è costruito (abitazioni, aree commerciali e artigianali) in zone di pertinenza fluviale, quelle occupate dai corsi d'acqua nel corso delle piene. L'aumento della cementificazione (infrastrutture, sviluppo edile e commerciale) nel bacino del Misa, insieme al cambiamento delle pratiche agricole (sistema di aratura, tipologia di concimazione, eliminazione delle siepi), hanno comportato l'impermeabilizzazione del suolo e l'aumento della velocità dell'acqua che dai versanti giunge al fiume.

Non bisogna dimenticare che parlare di “fiume” significa parlare di ambiente ripariale: questo svolge funzioni importanti come le azioni di antierosione e di consolidamento delle sponde. Al contrario dopo la manutenzione brutale degli ultimi mesi assistiamo allo sbancamento delle sponde e al conseguente intasamento della foce ad opera del fango. Gli interventi tradizionali sui fiumi, come quello appena eseguito sul Misa (la cosiddetta "pulitura"), comportano un aumento del rischio a valle, poiché il deflusso idrico è accelerato e i picchi di piena saranno maggiori e di minor durata. Un effetto analogo lo causano le opere di rettifica o canalizzazione dell'alveo, così come la sua escavazione. Intervenire forzatamente con le ruspe sul letto del fiume, anche per lunghi tratti, rimodellandone l'andamento è sia inutile che dannoso: la risagomatura del corso d'acqua, il raddrizzamento e la rimozione dei naturali meandri, comporta erosione ed accumulo di detriti in altri punti. Ciò è molto pericoloso, come dimostrano i numerosi cedimenti di ponti, come quello sul Cesano (2011), sull'Aso (2013), sull'Ete Morto e sull'Ete Vivo (2014), causati semplicemente dall'abbassamento dell'alveo sul quale i ponti poggiavano. Visti i diversi fattori in gioco è impensabile, adottare un'unica azione, ma ragionevole intraprendere un percorso su diversi fronti, serve un approccio di sistema!

1) La manutenzione ordinaria deve essere accurata, costante e mirata! Bisogna rimuovere ogni anno i tronchi secchi, quelli pericolanti e quelli eccessivi (con un occhio attento alla biodiversità) che ostruiscono il deflusso delle acque.
2) È necessaria una profonda revisione delle tecniche agricole, con l'aumento della sostanza organica, che accresce la capacità del terreno di assorbire l'acqua, l’impianto di colture arboree e delle siepi, la manutenzione costante dei terreni e dei fossi, la maggiore copertura vegetale, la minima lavorazione del terreno e la rotazione colturale.
3) Il fiume è un ambiente dinamico e mutevole, il suo alveo naturalmente si sposta e si rimodella in continuazione. L'approccio scientificamente corretto è concedergli il suo naturale "spazio di libertà". Interventi concreti coerenti con tali linee guida sono: la rimozione o l'arretramento degli argini e delle difese spondali, garantire continuità del trasporto solido e, laddove richiesto, invertire locali fenomeni erosivi e di incisione degli alvei.
4) Bisogna realizzare le vasche di espansione sul Misa sia quella già prevista, rivedendone i limiti progettuali e risarcendo equamente i residenti, sia progettando altri piccoli invasi in linea tra di loro che potrebbero trattenere l’acqua in più punti, lungo il corso dei fiumi Misa e Nevola ma anche lungo i tanti fossi affluenti, evitando di caricare interventi e pericoli nel tratto finale del Misa.
5) È importante, anche se complicato e costoso, agire sul tratto urbano del Misa, il famoso “imbuto finale”. Qui le rigidità ingegneristiche hanno provocato un grande pericolo nel tratto più delicato dell’intero corso d’acqua. Sarebbe bene sostituire i ponti su piloni con ponti a campata unica, così come è importante il dragaggio della fase terminale del canale, né si può negare l’utilità della realizzazione di tagli laterali sulla foce (stramazzi).

Da molti anni le direttive europee in tema ambientale, a partire dalla Direttiva Quadro sulle Acque (2000/60/CE) e la cosiddetta direttiva "alluvioni" (2007/60/CE), spingono per il ripristino delle pianure alluvionali e incentivano il ricorso alla laminazione diffusa, con approcci orientati alla gestione del rischio e non solo della pericolosità. Provvedimenti come questi stanno faticosamente entrando nell'ordinamento italiano e nella progettazione degli interventi contro il dissesto idrogeologico. Una inversione di tendenza non ancora iniziata, ma possibile. Il quadro degli enti e delle amministrazioni coinvolti nella gestione e manutenzione del Misa e degli altri fiumi marchigiani (Regione, Province, Comunità Montane, Comuni, Autorità di Bacino, ARPAM, CFS, ENEL, Parchi e riserve statali e regionali, …) è troppo complesso. L’istituzione dei Consorzi di Bonifica, i quali ora hanno competenza su tutti i corsi d'acqua minori (i fossi e, nel caso del Misa, il suo corso non arginato), al momento non sembra una risposta sufficiente. Serve un piano globale sul Misa, coordinato e partecipato che rimetta le comunità al centro delle scelte progettuali. Vanno condivisi i motivi, gli obiettivi, i contenuti, le modalità ed i tempi degli interventi. Da questo punto di vista lo strumento del “Contratto di fiume” (se realmente ed effettivamente attuato) può rappresentare un piccolo inizio. Su questi temi, la prossima amministrazione comunale avrà un ruolo determinante.

Luciano Montesi, candidato consiglio comunale Città Futura





Questo è uno spazio elettorale autogestito pubblicato il 28-05-2015 alle 16:03 sul giornale del 29 maggio 2015 - 511 letture

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