Corinaldo: Massimo Bellucci ricorda Mario Porfiri

27/03/2015 - La semplicità può essere trovata in tante piccole cose: un prato con le margherite bianche che cresce a primavera, l’odore dell’acqua piovana, oppure uno squillo di tromba. Ma la semplicità è a anche una forma di bontà d’animo.

Mario Porfiri – nato nel 1920 e scomparso poche settimane fa – sicuramente possedeva questa qualità. Nei familiari, in tutti coloro che l’hanno conosciuto, Mario ha lasciato il segno della bellezza nascosta nelle piccole cose quotidiane. Questo forse gli ha dato la forza di continuare ad essere un uomo buono nonostante i lunghi anni di guerra e di prigionia che avrebbero potuto indurirlo, nonostante le difficoltà di crescere in una famiglia non certo ricca e agiata, nonostante le difficoltà di rialzarsi e ricominciare a vivere col suo mestiere di falegname in un paese distrutto dalla guerra. Ci sono tanti ricordi nei racconti che ci ha lasciato, raccolti nell’ambito di un progetto sulla memoria storica locale, tante belle sensazioni, interessanti anche nella loro durezza.

La guerra imperversa sul fronte slavo, Mario Porfiri è di guardia, un soldato italiano, un po’ ubriaco, vuole uscire dopo l’ora stabilita. Ha saputo che poco lontano c’è un suo caro amico, lo vuole andare a trovare, lo vuole salutare, anche solo per la voglia di vedere un volto caro in mezzo ad anni di orrori. Ma non si può, la violenza della guerra è anche nella sua assurda disciplina. Mario lo implora di non farlo altrimenti saranno guai grossi. Ma il commilitone non lo ascolta e segue il suo desiderio di abbracciare per un minuto un amico, desiderio normale, umano, ma inammissibile in guerra, dove ogni logica umana è capovolta. Mario non fa rapporto rischiando un processo presso il tribunale militare. A volte l’eroismo è silenzioso e gli eroi non sono raffigurati nei monumenti. Il superiore gli grida in faccia: “Porfiri, ma che hai fatto!!!”.

E lui, con la sincerità di un bambino risponde: “voleva abbracciare un amico, si è messo a piangere e quasi mi mettevo a piangere io con lui!”. Il commilitone verrà mandato al fronte in prima linea dove morirà pochi giorni dopo. Finisce la guerra e con la stessa naturalezza racconta di una gita al mare nell’Italia del dopoguerra, una macchina piena di amici e parenti, piena di allegria dopo anni di sofferenze. Ma la macchina si rompe, allora alcuni vanno a cercare un meccanico, ma un parente resta e tranquillamente apre la tovaglia, tira fuori le vivande e apparecchia, quando gli altri tornano dopo tanto tempo gli dice: ma già siete tornati? Il mestiere di falegname, la famiglia, la banda che è stata forse la seconda famiglia, il profumo del legno appena tagliato, sono tanti i ricordi che Mario Porfiri ha lasciato nella sua Corinaldo, ricordi che continuano a circolare nell’aria, come le vibrazioni delle note della sua tromba.







Questo è un comunicato stampa pubblicato il 27-03-2015 alle 18:19 sul giornale del 28 marzo 2015 - 716 letture

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