Potatura selvaggia delle querce: fermiamo lo scempio

16/05/2014 - Nel 1895 una legge regionale includeva la quercia fra le specie arboree da proteggere, considerandola un elemento identitario e fondamentale del paesaggio rurale marchigiano. La finalità della legge era quindi quella di salvaguardare una specie vegetale soprattutto per il suo valore paesaggistico e quindi estetico, a prescindere da altre considerazioni.

A questo scopo anche gli stessi interventi di potatura venivano sottoposti all’autorizzazione preventiva del corpo forestale. Attualmente una normativa del nuovo Codice della Strada obbliga i proprietari confinanti delle strade pubbliche a provvedere alla manutenzione delle piante che sorgono ai margini delle stesse strade. Così periodicamente alcuni comuni, nel timore che i rami protesi sulla carreggiata possano essere di ostacolo o di pericolo agli automezzi o altro, emettono ordinanze che impongono ai proprietari frontisti di provvedere alla loro potatura/capitozzatura “a salvaguardia della pubblica incolumità”. I lavori debbono essere eseguiti direttamente dai proprietari, i quali possono avvalersi di ditte specializzate, cosa che fanno ordinariamente data la difficoltà di intervenire su questi giganti della natura senza mezzi adeguati.

Nelle ordinanze però non vengono indicati criteri precisi cui attenersi e si invita perciò gli interessati a rivolgersi per questo al comando locale del Corpo Forestale. Ma non è chiaro quali siano questi criteri e nemmeno la legge regionale del 2005 è molto chiara in proposito, limitandosi a stabilire all’art. 22 che le piante tutelate “possono essere sottoposte a capitozzatura, in caso di piante seccaginose da rivitalizzare, ed al taglio delle branche principali qualora non sia possibile ricorrere ad altre modalità di taglio”. La condizione che “non sia possibile ricorrere ad altre modalità di taglio” lascia ovviamente molta discrezionalità e il risultato è che i metodi di intervento utilizzati dai singoli frontisti, o meglio dalle ditte incaricate, anche su una stessa strada e anche a pochi metri di distanza, risultano così difformi, che fanno dubitare sull’esistenza di una direttiva coerente e soprattutto di un vigilanza efficace e rispettosa di queste piante. Così molte di queste potature (e le foto allegate sono più evidenti di ogni descrizione) risultano talmente pesanti e invasive da snaturare la forma naturale dell’albero, che ne risulta storpiata e irrimediabilmente modificata, venendo così ad alterare e deturpare quello stesso paesaggio che dovrebbe connotare e che la legge regionale vorrebbe tutelare. Infatti un albero monumentale come la quercia, una volta privato della sua chioma, emette un grandissima quantità di nuovi polloni lungo le branche rimaste e lungo lo stesso tronco, che gli daranno un aspetto radicalmente diverso da quello naturale originario.

E ci vorranno decenni prima che la pianta riesca ad ricostruire la sua forma, ammesso che ci riesca e che possa sopravvivere senza danni. Forse è difficile attendersi di meglio da una legge che pone a carico dei privati l’onere di manutenzione di un bene che costituisce un patrimonio di interesse collettivo, ma che non riveste nessun utile per il coltivatore. E’ così anche possibile, che il privato o la ditta incaricata della potatura tentino di recuperare o limitare in qualche misura il costo dell’operazione loro imposto, eccedendo nei tagli al fine di procurarsi una scorta di legna o di risparmiare sbrigativamente sui tempi di potatura. Quanto diciamo appare evidente percorrendo alcune strade comunali dell’entroterra (Senigallia, Ostra, Ostra Vetere, Arcevia ecc.) e lungo la stessa Arceviese. Le responsabilità forse vanno egualmente divise fra frontisti, ditte incaricate, forestale e legislatori. A noi è d’obbligo chiedere maggiore coerenza a chi ha il compito di tutelare un bene naturale dichiarato di interesse collettivo e sollecitare una più accorta formulazione della legge e una più responsabile e volonterosa collaborazione fra amministrazioni pubbliche ed enti di sorveglianza, pur nella tutela della cosiddetta “pubblica incolumità”, cosa che ultimamente sembra turbare molto i sonni degli amministratori, visto che le stesse tecniche di potatura si utilizzano spesso anche in ambito urbano.







Questo è un comunicato stampa pubblicato il 16-05-2014 alle 23:12 sul giornale del 17 maggio 2014 - 1382 letture

In questo articolo si parla di attualità, Italia Nostra - Senigallia

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Paola Polverari

18 maggio, 23:54
Condivido pienamente l'allarme lanciato da Italia Nostra: abitando in camapagna, siamo ogni anno inorriditi dalle potature a scempio di piante maestose, ridotte a moncherini.Quando abbiamo tentato di intervenire direttamente con gli operai che stavano eseguendo la "potatura", siamo stati accolti con fastidio se non con tono minaccioso. Non sapremmo come far rispettare questa nostra comune eredità di paesaggio, se non diffondendo nei proprietari un (difficile) senso di interesse comune e di intelligente equilibrio tra necessità di tutela dell'incolumità e necesità di bellezza e di naturalità