Bertolini: "cronache di un disastro (mai) annunciato"

Una spaventosa ondata di piena ha deformato il profilo e la storia di una parte importante di Senigallia. E, quel che più conta, segnato profondamente la vita e il futuro prossimo di tanti concittadini. Ogni conoscitore dell’animo umano sa bene però che qualunque evento, per quanto negativo, porta sempre con sé almeno una piccola parte di buono. “Ciò che non uccide, rende più forti”, sintetizzava lucidamente Nietzsche.

Con la mia famiglia, assieme a centinaia di altre, abbiamo subìto danni ingenti e toccato con mano la generosità e la solidarietà non solo degli uomini della Protezione Civile, impegnati in fondo nell’esercizio delle loro funzioni, ma soprattutto quella di tanti amici, semplici conoscenti o talvolta addirittura sconosciuti che si offrono di calarsi nel fango per tentare di aiutare. In qualche modo, in qualunque modo: di aiutare!

Questa disposizione – spesso una necessità interiore prima ancora che semplice altruismo – permette loro di sentirsi utili e riesce al tempo stesso a produrre negli alluvionati un effetto dirompente, infinitamente superiore al beneficio concreto degli sforzi profusi. Assistere a tanta umana solidarietà trasmette una forza esplosiva, permette di allontanare il pensiero dai tanti beni materiali perduti, lenisce il dolore dell’improvviso impoverimento, diffonde un rinnovato senso di speranza nell’essere umano.
Per un mondo sempre più economico e consumista, che si allontana progressivamente dal senso dell’individuo in quanto tale, ciò rappresenta una pura utopia: da una semplice azione, quella di offrire sostegno e solidarietà al costo di qualche mal di schiena e la riacutizzazione di eventuali reumatismi, derivano conseguenze positive per tutti.
D’altra parte le cose materiali sono caduche, per loro natura. Potranno essere ricomprate, ricostruite. I tanti ricordi perduti resteranno comunque impressi a fuoco nella nostra memoria, proprio come il cataclisma che li ha spazzati via. Ma l’affetto e la vicinanza di tante persone scalda i cuori e genera una forza che rasenta l’invincibilità.

Per quanto mi riguarda, sono convinto che nel giro di pochi mesi la mia famiglia ricorderà questo drammatico evento come quello che ci ha dato la forza per rialzarci, a schiena diritta, più forti di prima. Spero e penso che potrà essere così per tanti nuclei familiari, oggi disperati e abbattuti ma pronti a sfruttare ogni raggio di sole per tornare con coraggio a vivere la loro vita.
Io, ad esempio, ho ritrovato oggi di colpo, nell’assistere a tanta rovina, la voglia di scrivere. Era il mio lavoro – sapete? – fare il giornalista. Un lavoro abbandonato da un po’, soprattutto per cause esterne alla mia volontà, ma probabilmente ancor prima compresso entro binari troppo rigidi, con l’impossibilità di raccontare davvero ciò che accade attorno, libero da direttive o condizionamenti.
E allora oggi sento il dovere di ripercorrere brevemente il mio vissuto di quelle drammatiche ore, offrendo un punto di vista che potrà essere discusso o magari anche confutato – il che sarebbe sorprendente, coincidendo con quello di tutti coloro con cui ho scambiato informazioni e opinioni – ma che vuol essere una base per muovere riflessioni e coscienze.

La giornata probabilmente più drammatica della storia recente di Senigallia è giunta all’inizio di una primavera che nessuno poteva immaginare tanto crudele. O forse, magari, qualcuno avrebbe dovuto…
Fino alla mattina di sabato 3 maggio, nonostante le previsioni meteo parlassero di un fine settimana caratterizzato da piogge intense, nessun preallarme era infatti stato lanciato. Tanto è vero che tutte le scuole sono state regolarmente aperte nella giornata di sabato, contribuendo poi in discreta misura al caos e alla tensione che è derivata. Conoscendo bene, per trascorse esperienze professionali, il punto d’onore che la nostra Amministrazione si è fatta in ogni recente episodio di straordinarie condizioni climatiche di procedere come prima misura di emergenza alla chiusura degli edifici scolastici, debbo immaginare che fino alla tarda serata di venerdì nessuno presagisse neppure lontanamente il pericolo di un disastro simile.

Al mattino siamo stati svegliati da una telefonata privata che annunciava il pericolo esondazione del Misa. Ci siamo precipitati sul computer, che per la stragrande maggioranza delle persone ha ormai soppiantato il ruolo delle storiche e magnifiche radio quale principale fonte di informazione immediata sul territorio. Ebbene, sui vari media online le notizie presenti fino alle ore 10 circa riguardavano essenzialmente, per quanto riguarda Senigallia, la semplice conferma di questo pericolo: una macchina con altoparlante allertava i residenti lungo i Portici Ercolani e i commercianti del Corso, invitando in particolare i secondi a chiudere i loro negozi. Conosco chi ha spostato per questo la propria macchina dal centro storico, risultata a posteriori zona completamente risparmiata, per portarla nell’area del piano regolatore, rottamandola in pratica con le proprie mani!

Inoltre, su alcuni social networks, per loro conformazione i più immediati come tempistica nel propagare le notizie, iniziavano a circolare notizie, immagini e persino video dei disastrosi allagamenti registrati nelle frazioni di Borgo Bicchia e Vallone. Quanto basta per cominciare a nutrire il sospetto di una situazione esplosiva, sembrerebbe! Ma dalle fonti ufficiali non pareva giungere alcuna conferma di particolari e tanto meno immediati pericoli per la nostra zona.
Incerti sul da farsi, abbiamo deciso di uscire di casa per un rapido sopralluogo sul lungofiume, dove la situazione sembrava senza dubbio pericolosa ma ancora relativamente sotto controllo, non peggiore di tante altre simili vissute negli ultimi anni. Eppure nella nostra zona di residenza, quella poi risultata maggiormente calamitata, tra viale IV Novembre e il Fosso Sant’Angelo, nessun allerta né alcun sia pur vago segnale di pericolo veniva ancora lanciato, o almeno nessuno ne è stato recepito da qualunque persona con cui abbiamo avuto modo di parlare.

Alle ore 12 circa nelle abitazioni salta l’energia elettrica. Dal momento che possiedo un gruppo di continuità, posso usufruire ancora di 15 minuti supplementari di funzionamento del computer, durante i quali mi lancio alla ricerca di qualsiasi aggiornamento sulla situazione che possa riguardare il nostro quartiere. Non ne trovo! Quando la corrente salta, mi affaccio alla finestra che dà su via Venezia. Ancora tutto asciutto.
Faccio una telefonata e, durante la conversazione, assisto col cuore in gola al crescere vertiginoso delle acque sulla via. Chiudo la linea all’improvviso e mi precipito in strada. In pochi minuti ci sono già 25-30 centimetri d’acqua. Lungo via Venezia numerose auto scappano a tutta velocità contromano, cioè in direzione monte-mare. Sono in fuga dall’impetuosa ondata che sta arrivando. La mia auto è parcheggiata proprio lì, ma tra marciapiedi, auto in sosta e vetture che procedono in senso contrario sull’unica carreggiata/ruscello utile, è ormai tardi per tentare qualsiasi cosa.

Lungo il rio Venezia passano intanto televisori e biciclette, galleggiando in una corrente che si fa sempre più forte. Nel giro di un’ora o poco più ci sarà un metro d’acqua, auto sepolte – la mia ne ha un’altra montata sopra il cofano – e un fiume impossibile da guadare anche dagli uomini della Protezione Civile, nonostante l’ausilio di una corda tesa tra le abitazioni a cui agganciarsi. Servirà un gommone – dopo un tentativo infruttuoso con un elicottero – per portare in salvo dalle acque montanti un’anziana signora 102enne vicina di casa, nonostante qualche iniziale incertezza sulle direzioni in cui dirigersi per portarla al caldo il prima possibile.
Sarà lo stesso gommone che più tardi, esaurite le doverose emergenze, tra le quali il salvataggio di alcuni cani, permetterà di rientrare in casa a mia moglie, rimasta bloccata semplicemente a tiro di voce, dall’altra parte della strada, dove ha assistito intirizzita, impietrita e impotente all’assalto dell’acqua al piano terra della sua abitazione. Dentro, io e mio figlio siamo stati impegnati per ore in tenuta rigorosamente approssimativa – zoccoli, mutande e maglietta, semplicemente perché non c’è stato il tempo neppure per ricercare capi adeguati o almeno meno adamitici – a lottare per ore a bagno nell’acqua gelida, cercando di evitare il pericolo e l’intralcio rappresentato dai numerosi oggetti rotti e galleggianti di un’intera abitazione (lavatrice, mobili di ogni foggia, bauli, soprammobili, libri, giornali) per mettere in salvo quanto possibile al piano superiore.

Seguirà una notte di assoluto isolamento, senza energia elettrica, con telefoni e reti internet bloccate, nessuna possibilità di comunicare con nessuno che non fossero i rispettivi vicini.
Nulla di veramente nuovo: ce ne sono state e purtroppo ce ne saranno mille altre, in ogni parte del mondo, di “fiumane” così. Forse però poche possono condividere il primato di arrivare a colpire in maniera tanto sorprendente e improvvisa, come un vero e proprio tsunami, in un territorio notoriamente a rischio.
E – va ripetuto – senza aver recepito alcun allerta nella specifica area territoriale sommersa, una porzione tutto sommato relativamente contenuta di Senigallia, città per il resto completamente salva e all’asciutto. A soli cento metri da casa nostra, in viale IV novembre, le persone erano assiepate a osservare un lugubre scenario atlantideo di un reticolato di vie semisommerse. Cento metri più in là anche le nostre macchine sarebbero state salve. E una sola mezzora di preavviso avrebbe consentito a tante persone di salvare ciò che ritenevano possibile, o almeno per loro essenziale.

Ricordo ancora che il mio povero papà – Lanfranco, da poco scomparso, in questa città politicamente molto combattuto e osteggiato, ma infinitamente di più rispettato ed amato – mi disse, quando venne il giorno di trasferirmi ad abitare in questo quartiere, che era la zona più “bassa” di Senigallia e dunque maggiormente a rischio in caso di esondazioni. Non ho fatto tesoro del suo insegnamento. Dunque, io ho sbagliato.
Conosco bene i problemi di questo nostro territorio, l’incuria derivante da decenni di cattiva gestione, situazioni peraltro condivise con quasi ogni porzione della nostra Italia. Ancor di più, pertanto, ho peccato di superficialità, ho confidato nel fatto che qualunque pericolo sarebbe stato segnalato in tempo. Ho sottovalutato la situazione e ne sto pagando le conseguenze.

Ma è importante che da tutto questo si tragga un insegnamento. È fondamentale che restino ben vive, assieme al coraggio e alla solidarietà di tante persone, anche le domande che proprio Vivere Senigallia poneva oggi in suo editoriale, chiedendosi tanti perché.
Circolano tante versioni sull’accaduto, ma una sola opinione è condivisa all’unanimità: la gestione dell’emergenza nelle ore precedenti la catastrofe è stata, nella migliore delle ipotesi, colma di enormi errori di valutazione.

Ora non serve la rabbia, che è sempre controproducente. E non serve l’indignazione, che spesso rimane fine a se stessa e finisce per sgonfiarsi con il tempo. Occorre piuttosto tenacia e caparbietà nel chiedere spiegazioni. E magari qualche ammissione di responsabilità.
Proprio queste mi pare siano mancate in modo avvilente nelle prime esposizioni pubbliche: tra il doveroso cordoglio per le vittime, il malcelato compiacimento per la visita del Presidente del Consiglio, e le pur condivisibili frasi di prammatica sul coraggio dei cittadini e il valore dei tanti volontari impegnati, pare si stia iniziando a costruire una strategia – che da giornalista ben conosco – atta a distrarre le persone dalle domande essenziali.

Non mi riferisco al risarcimento dei danni patiti – quando, quanto e se ci sarà, è lecito dubitarne – poiché credo che questo potrà arrivare eventualmente solo da stanziamenti sovracomunali. Ma dalle istituzioni è necessario pretendere al più presto, prima che il trascorrere del tempo renda tutto più confuso, sedimentato come il fango nelle nostre abitazioni, un’indagine accurata, che chiarisca le responsabilità dell’accaduto e in particolare del mancato allarme pubblico in quelle zone che sono poi state letteralmente devastate dalle acque.

I senigalliesi pagheranno i loro conti, questo è certo. Ma potranno rialzarsi con tanta energia e fiducia in più sapendo che anche tutti coloro teoricamente deputati alla loro sicurezza saranno presto chiamati a rispondere degli errori commessi in quelle poche ore, le stesse che per molti cittadini avrebbero fatto la differenza tra perdere tutto o solamente qualcosa.





Questo è un comunicato stampa pubblicato il 05-05-2014 alle 17:06 sul giornale del 06 maggio 2014 - 9961 letture

In questo articolo si parla di alluvione, marco bertolini e piace a Daniele_Sole alk Tiresia gianlu

Licenza Creative Commons L'indirizzo breve è http://vivere.biz/3y3


Ottimo articolo, di cui condivido tono e le giuste considerazioni.

Elena Irrera

06 maggio, 00:59
Caro Marco,
grazie infinite per questa bellissima e sofferta testimonianza.
Ricordati sempre che giornalista (e persona autentica cosa non.scontata), lo sei e lo sarai sempre, vista la passione con cui scrivi e la grazia con cui riesci a mettere a nudo le tue emozioni e i tuoi pensieri. Un abbraccio di cuore a te e alla tua famiglia.
Elena

Egregio Sig. Bertolini, nulla da aggiungere alla sua lucida e "sofferta" analisi del disastro che ha colpito Senigallia, i suoi cittadini, le sue case e i suoi affetti! Tanta solidarietà, sostegno e vicinanza. Paride

Francesco

06 maggio, 08:53
Salve Marco, concordo assolutamente con il suo articolo

eleonora stelmaszczuk

06 maggio, 10:45
leggo del milione stanziato dalla Chiesta di cui a questo articolo: http://www.chiesacattolica.it/
Sarebbe bello se si potesse monitorare in qualche modo l'arrivo dei soldi e come verranno utilizzati, in modo che la gente abbia fiducia anche negli aiuti finanziari. La solidarietà dei primi giorni è ammirevole e si viene sostenuti nel fare, ma poi ci sarà da ricostruire e ognuno tornerà alla propria vita. In quel momento ci sarà bisogno sia di denaro che delle istituzioni che dovranno sostenere la gente. Vediamo se Senigallia riuscirà a fare meglio di tanti altri posti. Io penso e spero di si.

Commento modificato il 06 maggio 2014

Complimenti per il bellissimo articolo che suggerirei alla redazione di riproporre come attuale anche nei prossimi giorni perché meritevole di esser letto, meditato e (se si vuole) commentato.
Anch’io, purtroppo, ho dovuto sopportare le conseguenze negative di ciò che è accaduto: l’auto di mia moglie, lasciata a pochissima distanza dal luogo di lavoro, è ancora lì inutilizzabile e probabilmente da demolire.
Ben poca cosa, certamente, rispetto ai danni ingenti subiti da tantissimi miei concittadini a cui va tutta la mia solidarietà ed il mio affetto, così come un ringraziamento particolare va a tutti coloro che, ancora oggi, si stanno prodigando alacremente per aiutarli in modo umile e disinteressato.
Sono convinto che dovremo confrontarci ancora con situazioni simili, ma ad esse non dovremo reagire con la rassegnazione.
Per i miei trascorsi forse avrei dovuto commentare un altro articolo (tecnico) comparso in contemporanea su Vivere Senigallia perché avrei potuto e saputo dire molto di più, ma non ritengo opportuno né conveniente scendere ora nei dettagli.
Dobbiamo garantirci che si valutino attentamente e celermente gli avvenimenti, si ricerchino i punti deboli, e non si disdegni di individuare e biasimare – palesemente - se quello che è accaduto possa essere attribuito soprattutto all’incapacità ed alla superficialità umana, perché ciò non dovrebbe proprio più avvenire.
Per questo visto che, da sabato a mezzogiorno, ancora oggi a casa di mia madre ottuagenaria (e che vive da sola) non è stata ancora ripristinata la linea telefonica, al momento mi limito soltanto a pretendere di conoscere se la mancanza di tale forma di comunicazione (sono anch’io convinto che il mancato allarme abbia causato i maggiori danni) sia dovuta, per caso, al fatto che la centrale telefonica e le apparecchiature ivi presenti, e/o utilizzate dai vari gestori, sia stata messa fuori uso dall’esondazione, perché ciò sarebbe proprio imperdonabile.

Belle parole che forze con un "taglia" ed "incolla" potranno essere utilizzate alla prossima esondazione.
I problemi erano evidenti da tempo. Ultimamente le tragedie non sono rare ma hanno cadenza annuale. Quindi tutto fra poco ritornerà come prima senza nessun colpevole anzi con dei colpevoli cioè i cittadini che hanno avuto morti e danni perché l'unica legge in vigore nel caso per la casta è la "famosa legge del menga".




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