Libri & cultura: Noi bambini di strada

Noi bambini di strada 3' di lettura Senigallia 11/02/2011 -

Risale ad alcuni anni fa il libro Chiara Michelon Noi bambini di strada (Laterza, 2006, 196 pp.), ma non per questo perde di freschezza e di originalità: anzi, possiamo accostarci alla sua lettura con la consapevolezza che le realtà descritte all’interno sono ancora decisamente attuali



Raccontare un’esperienza di volontariato non è una cosa semplice: il pericolo più comune è quello di cadere nel patetico o in un atteggiamento di sterile vittimismo. L’autrice invece sceglie di non divagare tanto sui suoi pensieri personali, ma di fissare su carta le storie – semplici e spesso crude - dei bambini incontrati durante i suoi viaggi in Africa con l’associazione Amani.

Rilegge quindi i loro racconti dalla propria prospettiva: di giornalista da una parte, attenta agli aspetti prettamente cronachistici e interessata particolarmente alla storia delle persone che incontra; di volontaria dall’altra, tesa a valorizzare non solo l’impatto umano che l’esperienza africana inevitabilmente porta con sé – e di cui l’autrice è pienamente consapevole – ma anche la portata sociale e culturale della pluriennale attività di Amani, e dei suoi principi ispiratori, legati al carisma del fondatore, il padre comboniano Renato Kizito Sesana.

Nel libro della Michelon questi due elementi si compenetrano e si completano a vicenda, in un mix di semplicità e spontaneità che spesso lascia campo libero ad una chiara e precisa percezione del dolore: un dolore che non tocca solo alcuni momenti isolati, ma che il più delle volte segna marcatamente intere esistenze nel disperato tentativo di risollevarsi dalla povertà e di riemergere. Le pagine del libro hanno il privilegio di avvicinarci con immediatezza e con naturalezza alla vita dei personaggi, alle loro vicende, ai loro percorsi interiori, per gustare a fondo la bellezza del cambiamento, dell’avvicinamento all’altro, dell’accoglienza. In questo percorso di continua scoperta si cela in un certo senso il significato profondo dell’esperienza diretta dell’autrice, che non si limita a raccontare semplici storie, ma è attenta a sottolineare – non solo nei contenuti ma anche con lo stile – la propria vicinanza diretta ai protagonisti delle sue narrazioni.

Racconti in prima persona quindi, come le pagine di un diario, sulle quali si sovrappongono le parole dei bambini di strada, le testimonianze degli educatori che si occupano di loro, fino a giungere alla toccante narrazione di padre Kizito, che brevemente riassume la sua esperienza, dall’infanzia alla maturità passando attraverso la giovinezza (con gli studi che gli aprono la mente e gli orizzonti culturali e con la scelta missionaria definitiva) e sinteticamente spiega la realtà dell’Africa e degli Africani.

In Africa è controproducente avere premura, forzare le cose, partire con dei progetti preconfezionati: con queste parole - pronunciate dallo stesso Kizito - l’autrice evidenzia indirettamente il contrasto manifesto tra quel mondo arretrato ma ancora abituato a riflettere con lentezza e a meditare sulle scelte, e l’occidente frenetico e vittima del caos che lui stesso ha generato. Scopo della missione non è quindi trasferire in una realtà diversa come quella africana categorie di pensiero e di interpretazione proprie di un’altra cultura. Obiettivo è invece rendere consapevoli gli stessi abitanti dell’Africa del fatto che il paese è nelle loro mani. Questo è anche un po’ il fine di Amani: i progetti e le attività che l’associazione promuove nel continente africano sono infatti affidati a persone del luogo, che possono così maturare competenze e formarsi, per essere poi un giorno significativi nel proprio paese.

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Questo è un articolo pubblicato il 11-02-2011 alle 09:11 sul giornale del 14 febbraio 2011 - 11110 letture

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