culture migranti: Milton, a volte il ritorno è più difficile della partenza

Senigallia 30/11/-0001 -
Milton lascia l’Uruguay quando è orami nell’aria l’imminente caduta del regime militare. Ma, in un certo senso, è anche il periodo più difficile: lui attore e drammaturgo, vede chiudersi tutte le porte e consumarsi quella poca libertà di pensiero rimasta.

di Giulia Angeletti


Quando sono arrivato in Italia, sono stato un anno con la valigia sempre pronta, mezza disfatta, in attesa di ritornare in Uruguay. Ero in Italia, ma la mia mente e il mio cuore era come non fossero mai partiti. Era come una malattia per me, neanche uscivo, non mi volevo coinvolgere in questo paese straniero”.

Ho passato tutta la mia adolescenza sotto la dittatura militare. È stato un periodo molto strano, da un certo punto di vista il mondo appariva più chiaro: o prendevi parte alla dittatura, o ne stavi fuori. La realtà era in una forma così esplicita, che ognuno di noi era in qualche modo obbligato a prendere una posizione” .

Fare teatro era per me una forma di ribellione. Ci inventavamo sempre un modo diverso per dire quelle cose che non si poteva dire, in modo che i militari non capissero cosa stavamo facendo in realtà. Raccoglievamo le notizie che venivano da fuori, e le facevamo arrivare alla gente. Avevamo la sensazione di fare qualcosa di importante: anche noi sentivamo di far parte della storia”.

Poi Milton è arrivato in Italia, trovandosi alle prese con un'altra violenza, più subdola di quella del regime militare, ma non meno pericolosa: quella della fila per un documento, un pezzo di carta, che ti assicura un futuro in un paese che non è il tuo. “Ricordo ancora le mattine interminabili in fila davanti alla questura di Milano, ogni volta mi svegliavo con l’angoscia di un altro giorno inutile”.

Avevo un sacco di storie che mi si stavano accumulando dentro, storie che mi pesavano, e che dovevo liberare sulla carta. Sono cose che ho vissuto io in prima persona, ma anche storie che ho raccolto in giro, esperienze di amici, tutto si accumula insieme, finché non arriva la scrittura che le libera”.

Scrivevo già per il teatro quando ero in Uruguay. Qui si è verificato un momento di rottura, e sono passato dallo spagnolo all’italiano. Sentivo che lo spagnolo era una lingua inadeguata, qualcosa era cambiato, mi serviva una forma di espressione più ricca e viva, che ho trovato guardandomi attorno nella vita quotidiana”.

Il fatto è che qui in Italia non sei niente, devi in qualche modo ricominciare tutto da capo. Ci sono diversi modi di vivere questa cosa: c’è chi si distrugge, e non riesce mai ad accettare questa nuova situazione e chi piano piano l’accetta, come me”.

Io ho cercato di vivere l’esilio come un momento di arricchimento personale. C’è sempre il confronto tra due mondi, che può portare ad un senso di libertà. Il rischio però è di non appartenere a nessun paese: io non mi sento ne Uruguayano, ne Italiano. A volte il ritorno è più doloroso della partenza, perché vivi degli anni con un paese nel cuore, che poi si scopre essere completamene diverso da quello reale”.

“L’argonauta” edito dalla casa editrice Mangrovie, ultimo romanzo di Milton, narra proprio la storia di un uomo semplice, sorpreso dalla dittature Uruguayana, a cui però cerca di sopravvivere con una sorta di passività. Nonostante ciò viene coinvolto in un esilio non voluto, per seguire la donna che ama, per poi ritrovarsi immischiato nella macchina burocratica italiana.
Quanto ci sia di autobiografico in questa storia è tutto da scoprire.





Questo è un articolo pubblicato il 30-11--0001 alle 00:00 sul giornale del 18 ottobre 2007 - 11364 letture

In questo articolo si parla di cultura, immigrati, giulia angeletti

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