Intervista al poeta neodialettale Edoardo Zuccato

30/11/-0001 -
Il lombardo Edoardo Zuccato, uno dei maggiori poeti neodialettali contemporanei, sarà ospite mercoledì 4 maggio del quinto appuntamento del ciclo «La punta della lingua» (laboratori di poesia aperti a tutti), che si svolgerà al Circo Ad Alto (via Ad Alto 25, Ancona), a partire dalle 21.15.

da Associazione Culturale NIE WIEM Onlus
www.nieiwiem.org


Le parole ritrovate
Intervista a Edoardo Zuccato

L’ospite del quinto appuntamento de «La punta della lingua» è Edoardo Zuccato, poeta che ha scelto di comporre i propri versi in altomilanese. Con la sua lingua di terra Zuccato impasta paesaggi, scolpisce situazioni, epifanie, dà forma ai gesti della quotidianità, in una trama musicale che se penetrata, è capace di rivelare tutto il senso di una scoperta.

La tua prima raccolta di poesie dialettali, Tropicu de Vissévar (Crocetti, Milano 1996) si chiude con un'immagine (un frammento di papiro riemerso per accidente: «Temé 'n fragüj da papìr indaa sabia/ sgarlâ föa») che ritorna spesso nei precedenti componimenti. È l'immagine di un oggetto, non sempre organico (in [Da tütt ul rivanà] si parla di chiodi e pallottole, oltre che di radici), che emerge dalla terra. In che modo essa è legata, se lo è, alla tua concezione della poesia?

La metafora dello scavo è, credo, abbastanza tradizionale per l’attività di ricerca di memoria dentro di sé e nella storia. Qui è stata solo oggettivata con delle immagini specifiche. In più, nel Tropicu, c’è proprio l’elemento archeologico, visto che Castelseprio (Vissévar) è il più importante sito archeologico della mia zona d’origine. Ovviamente, scavando non si trovano solo sorprese piacevoli.

Nella tua poesia ricorre anche un'altra immagine, quella del giardino, simbolo molto caro anche al nostro Franco Scataglini. In lui era eredità paterna, simbolo di un piccolo dominio che si vuole preservare per ritrovarlo intatto. Per te il giardino che cos'è? Solo «note a piè di pagina dei palazzoni attorno» («hinn un cument ai palazuni in gir»), come scrivi in I giarditt a Milan, una «caricatura della campagna»?

Il giardino citato nella stessa raccolta era un riferimento a Voltaire, con l’idea che i discorsi e le riflessioni generali vanno fatti, ma poi ognuno vive concretamente in un luogo e di quello è bene che si occupi. Se no va a finire, come si fa spesso in Italia, che l’ambiente in cui concretamente si vive va a pezzi (tipo i “giarditt da Milan” che menzionavi) mentre si fanno tanti bei discorsi sulle sorti dell’umanità.

Secondo te il poeta è il custode di una visione, per esempio quella del nostro destino mortale, che tutti percepiscono, ma che le parole comuni non possono significare?

Capisco cosa vuoi dire, ma non mi sento di sottoscrivere un ruolo così impegnativo. Cerco di raccontare il mondo come l’ho trovato io; se poi altri ci trovano qualcosa di vero anche per la loro esperienza, mi fa piacere, come quando accade a me in veste di lettore.

C'è un gruppo di poeti e critici, riuniti attorno alla rivista «Atelier», che da qualche tempo pone al centro delle discussioni da loro stessi promosse e provocate il problema del pubblico della poesia, domandandosi come allargarlo. È un problema che tocca anche te? La tua scelta di presentare versioni in lingua così ben curate accanto a quelle in dialetto farebbe pensare che non ti è del tutto estraneo.

Il pubblico della poesia non dipende più di tanto dagli atteggiamenti dei poeti. E’ il frutto di una serie di concause complesse, storiche, sociali, culturali, politiche, su cui non è facile intervenire anche volendo. Potenzialmente penso che la poesia dovrebbe poter parlare a qualunque persona disposta ad ascoltare. Il problema è che la poesia richiede molta attenzione da parte di chi la riceve, cosa che in un mondo immerso nel rumore e sempre di corsa non è facile da ottenere.

Secondo Franco Brevini (noto studioso di poesia dialettale, curatore fra l’altro della raccolta antologica Rimario agontano di Franco Scataglini), dopo la grande stagione della poesia dialettale, fiorita quando in Italia si parlavano lingue diverse in ogni regione, nel secondo Novecento, con l'imporsi dell'Italiano standard, si è aperta una nuova stagione, da lui definita «neodialettale», in cui si cominciano a scegliere anche dialetti periferici (quello casarsese di Pasolini, l'anconetano di Scataglini, il tuo stesso altomilanese, ecc.), perché a differenza di prima la scelta del dialetto non risponde più a necessità di comprensione da parte dei propri conterranei, ma solo a criteri estetici, per cui il dialetto, ancor più se sconosciuto, viene sentito come «lingua della poesia», alternativa alla logorata e impoverita lingua d'uso. Si tratta di una questione ormai superata o chi scrive versi in dialetto se la pone ancora?

Un poeta autentico non sceglie la lingua della poesia, ma ne è scelto. Le altre considerazioni, storiche e sociologiche, vengono dopo. Bisogna farci i conti sulla base di un dato di partenza che si è ricevuto dal fatto di essere nati e cresciuti in un certo luogo in un certo tempo.

La tua poesia come la tua professione di traduttore e di docente di una lingua e una letteratura straniere, l'inglese, sono entrambe ponti lanciati verso l'Italiano da un altrove. Che cosa significa per te tradurre?

E’ una domanda interessante, ma ci tengo a precisare che per me non c’è un centro solido, l’italiano, da cui escono due ponti verso altre lingue. Non ho una sola lingua madre, ho imparato italiano e dialetto insieme. L’inglese l’ho appreso più tardi e quindi, malgrado la frequentazione quotidiana, galleggia un po’ più in superficie. Comunque, avendo a che fare tutti i giorni con tre lingue, tradurre è la mia condizione di vita, non un’attività di qualche momento. Il monolinguismo sempre più dilagante in Italia mi sembra assurdo, un degrado morale e culturale.




Notizia biobibliografica

Edoardo Zuccato (Cassano Magnago, VA, 1963) ha pubblicato le raccolte di poesie in dialetto altomilanese Tropicu da Vissévar (Crocetti, Milano 1996) e La vita in tram (Marcos y Marcos, Milano 2001). Di prossima uscita presso le edizioni Effigie è Biss, lüsèrt e alter galantomm (Bisce, lucertole e altri galantuomini), ballate di François Villon tradotte in milanese in collaborazione con Claudio Recalcati. Zuccato è caporedattore del periodico di poesia e traduzione «Testo a fronte» e ha curato edizioni bilingui di opere poetiche di poeti inglesi dell’Ottocento e contemporanei (S. T. Coleridge, P. B. Shelley, C. Tomlinson, M. Hartnett, A. Sexton e altri), oltre al volume Sotto la pioggia e il gin: antologia della poesia inglese contemporanea (Milano 1997). Insegna letteratura inglese presso l’università IULM di Milano.




Questo è un articolo pubblicato il 30-11--0001 alle 00:00 sul giornale del 03 maggio 2005 - 4304 letture

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