Equador: salute senza prezzo

Senigallia 30/11/-0001 -
Il medico Senigalliese Gabriele Pagliariccio torna da un anno vissuto in Equador e ci racconta la sua esperienza, fatta di Lama, di povertà e di una natura stupenda con parole e 12 immagini da non perdere.

di Gabriele Pagliariccio
medico chirurgo


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Conosco Juan (lo chiameremo così) direttamente sul lettino della sala operatoria dell'ospedale "Claudio Benati" di Zumbahua. Ci arriva una domenica pomeriggio che difficilmente dimenticherò.
È un bambino di circa 8 anni, con gli occhi neri ed i capelli corvini. In ospedale era stato accompagnato dal padre un'ora prima, in uno stato a dir poco disastroso. Da circa una settimana aveva una febbre molto alta (39°C) con forti dolori addominali. I suoi genitori avevano consultato un "curandero" (uno stregone locale) che aveva pensato bene, senza neanche guardarlo, di dargli alcune compresse di Buscopan (un antispastico). Ovviamente questo trattamento non gli aveva procurato alcun miglioramento. Anzi il quadro era peggiorato di giorno in giorno.
La febbre era sempre più alta (oltre 40° C), Juan non mangiava più, anzi vomitava, i dolori all'addome si erano fatti insopportabili. Così il babbo si era deciso a portarlo in ospedale a Zumbahua. La mamma non era venuta in ospedale, poiché aveva molti altri figli più piccoli di cui occuparsi a casa.
Una situazione banale era divenuta catastrofica. Alla ragione, all'evidenza si era sostituita l'indifferenza; nessuno si era potuto occupare del bambino od aveva i soldi per farlo.
Il quadro clinico con cui Juan si presentava era quello di una peritonite per cui si era deciso si operarlo immediatamente. La situazione si era presentata subito a dir poco impressionante: all'apertura dell'addome si era verificato un vero e proprio gorgogliamento di materiale purulento al di fuori dell'addome che ne era inondato. Chissà quanto aveva sofferto Juan per tutti quei giorni!
La causa di tutto era una banale appendicite perforata che era stata trascurata per troppi giorni e si era trasformata in una fonte di infezione devastante.
L’intervento chirurgico si era concluso in breve tempo, ma le condizioni di Juan si aggravavano progressivamente. Non era stato possibile neanche risvegliarlo perché si era instaurato uno stato di shock settico (cioè secondario alla grave infezione) che si aggravava progressivamente. La pressione era molto bassa ed il cuore andava a circa 190 battiti al minuto. Dopo 8 ore, nonostante le terapie sempre più pressanti, il cuore di Juan si fermava definitivamente.
Il giorno successivo il corpo di Juan era stato riportato a casa da tutti i parenti contemporaneamente ad una bella bevuta (l'alcool non manca mai nelle occasioni importanti!).

Di storie come quella di Juan se ne potrebbero raccontare molte, ma probabilmente riuscirebbero solo parzialmente a rendere conto della devastante situazione sociale che regna in Equador.
In un unico paese convivono in un'unione indissolubile ricchezza e povertà, lusso e disperazione di cui i veri protagonisti - o per meglio dire le vittime - sono gli abitanti, gli equadoregni.
Da un lato hanno una natura bellissima, con montagne di grande fascino e vulcani fumanti, foreste amazzoniche ed isole uniche al mondo (le Galapagos).
Dall'altro le possibilità di sopravvivenza per la stragrande maggioranza della popolazione sono ridotte al lumicino. Sia sulla sierra andina che nelle pianure amazzoniche si sopravvive con un'economia di sussistenza; la maggior parte della popolazione ha pochissimi mezzi per vivere.
Le contraddizioni del paese equatoriano sono tutte qui.
Le scarse risorse del paese (petrolio e pascoli) sono in mano a pochi ricchi che le gestiscono a proprio vantaggio. La maggioranza della popolazione vive di quel poco che può ricavare da una natura che è tanto bella per il turista quanto avara per chi ci vive giornalmente.
Questo non comporta, come si potrebbe immaginare, grandi tensione sociali, poiché la atavica rassegnazione della popolazione fa si che essa conduca oramai da secoli una vita ai limiti dell'immaginabile sia sulla cordillera andina che nelle pianure amazzoniche.
Anche nelle città le condizioni di vita non sono migliori: chi arriva dalle campagne entra a far parte del cosiddetto sottoproletariato le cui possibilità di sopravvivenza sono legate all'accattonaggio od all'illegalità. Qui il contrasto è ancora più stridente, perché povero e ricco, accattone e miliardario convivono a pochissimi metri di distanza, a stretto contatto di gomito: grattacieli con standard nordamericani vicino a baracche e favelas.
Sta tutta qui la contraddizione dell’America latina: chi ha soldi e potere ha la possibilità di avere tutto; chi non li ha muore sulla strada, su quella stessa strada dove il ricco ha la sua dimora.
Il tutto è stato aggravato, alcuni anni fa, dalla dollarizzazione cioè dalla sostituzione della moneta locale con il dollaro americano che è divenuto la valuta corrente. Questo ha comportato un aumento spaventoso dell'inflazione ed ovviamente un ulteriore impoverimento delle fasce deboli della popolazione.
Sulla sierra andina il contrasto è meno stridente, perché di ricchi non ce ne sono proprio. La popolazione è solamente contadina (campesinos) e chiaramente di ricchezza non se ne vede. Anche perché a quelle altitudini (con punte di oltre 4400 metri), pur essendo a livello dell'equatore, le possibilità di sopravvivenza sono estremamente limitate e legate ad un po' di agricoltura ed alla pastorizia. Oltretutto la maggior parte dei campesinos possiede solo piccolissimi appezzamenti di terreno, frutto di una precedente riforma agricola, il che consente margini di realizzo molto limitati. Ovviamente anche le possibilità di pascolo sono poche, aggravate dal fatto che la crescita della vegetazione è molto lenta a causa dell'altitudine.
Dei campesinos rimane impressa la capacità di sofferenza con cui portano avanti la vita di tutti i giorni, in un silenzio oramai secolare. Ogni mattino risalgono, lentamente, spesso per chilometri, le montagne circostanti il proprio villaggio per raggiungere il terreno dove coltivano i pochi legumi o cereali che, a stento, gli consentono di sopravvivere.
Questa situazione ha portato gli equadoregni ad assumere un atteggiamento fatalista nei confronti dell'esistenza e del vivere, producendo atteggiamenti di apatia verso la realtà quotidiana. Una delle piaghe sociali più diffuse è l’alcoolismo: è possibile acquistare un liquore micidiale a poco prezzo - il trago - e ad altissima gradazione (80°- 90°), che permette, con pochi soldi, di ubriacarsi. Ogni occasione è buona: un matrimonio, un funerale, un compleanno, la festa del paese. Sono tutti mezzi che permettono ad un popolo che vive in realtà sociali estreme (di isolamento e di povertà) di tollerare il trascorrere della propria esistenza.
D'altra parte da questo consegue una visione più serena - anche se a tratti comunque fatalista - degli eventi della vita, dalla nascita alla morte. Di conseguenza anche la malattia viene vissuta più serenamente, senza quell'atteggiamento di pretesa di salute ad ogni costo che assilla la società occidentale.
Ovviamente in questo contesto sociale anche la gestione della salute pubblica si presenta disastrosa.
Negli ospedali pubblici tutte le prestazioni sanitarie sono a pagamento salvo rare eccezioni (vedi gravidanza) e, chi non può pagare, non ha alcuna possibilità di cavarsela e di ottenere la benché minima cura.
Quando un paziente arriva al Pronto Soccorso di un ospedale pubblico, dopo una prima sommaria valutazione, il medico di turno stila una lista delle cose da comprare, cioè di tutto quanto serve per le cure del malato, dalle medicine, alle flebo, alle siringhe e persino il cotone. A questo punto il malato deve andare a comprarsi tutto l'occorrente in una farmacia al di fuori dell’ospedale. Senza il necessario non ha accesso all'ospedale, qualsiasi sia la sua patologia od il suo stato di gravità. Rimane a morire su una barella all'ingresso dell'ospedale.
In questa realtà le uniche eccezioni sono le strutture del volontariato ed a una di queste è l’ospedale "Claudio Benati" di Zumbahua legato all'Operazione Mato Grosso (OMG).
L'OMG non ha certo la struttura di una classica organizzazione non governativa. È costituita da gruppi di ragazzi che in Italia regalano un pò del loro tempo per i poveri. Lavorano per il sostentamento di strutture a servizio degli ultimi in Equador, in Perù e nei paesi limitrofi.
Grazie a loro è sorto, circa 10 anni fa, l'ospedale "Claudio Benati". È situato a Zumbahua, un piccolo centro rurale sulle Ande, a 3600 metri di altezza, nella regione del Cotopaxi (un vulcano attivo di 5800 metri).
L'ospedale opera per i poveri, per gli ultimi. È l'unica struttura sanitaria per il ricovero nella zona.
L'alternativa è prendere una jeep e farsi 3 ore di viaggio per curarsi nell'ospedale pubblico più vicino, ma ben si comprende come questo sia estremamente problematico per un povero campesino.
Per gli ultimi abbiamo cercato di lavorare in un piccolo gruppo di chirurghi, anestesisti ed infermieri italiani.
Tutti di provenienza diversa, ma con un unico obiettivo: servire i poveri. E qui credetemi ce ne sono moltissimi.
L'assistenza sociale non si sa neanche cosa sia. Non esistono pensioni, previdenza sociale, ecc...
Pertanto gli ultimi cominciano dai neonati e finiscono con gli anziani, senza contare le vedove, gli handicappati e così via. Chi non ce la fa a sopravvivere con le proprie forze viene lasciato morire, tanto più che, anche volendo fare qualcosa, nessuno ne avrebbe i mezzi.
Ecco quindi che il lavoro in ospedale è cominciato con la sala operatoria, con il reparto e l'ambulatorio. È proseguito poi con le visite alle comunità più lontane (alcune raggiungibili solo a piedi per mulattiera) per finire con la costruzione di una casa per una vedova con molti figli, a colpi di pala e piccone.
Tornando casa si riportano tanti visi e situazioni che rimangono impressi nel cuore. Sembra che lo tappezzino così che sia impossibile dimenticarli. Ed ogni volta i poveri chiamano sempre più forte. È come un urlo che è difficile mettere a tacere. Per fortuna.


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Nota biografica
Gabriele Pagliariccio ha 41 anni ed è laureato in medicina e chirurgia. È specialista in chirurgia generale ed in chirurgia vascolare. Ricopre il ruolo di dirigente medico di I livello presso la Clinica di Chirurgia Vascolare dell'Università di Ancona presso l'Ospedale Regionale di Torrette di Ancona.
Ha al suo attivo diverse esperienze lavorative in ospedali di paesi in via di sviluppo: Albania, Bangladesh, Perù.
Nel marzo 2004 si è recato in Equador presso l'ospedale "Claudio Benati" di Zumbahua (3600 m s.l.m.) per svolgere un periodo di lavoro come chirurgo generale.





Questo è un articolo pubblicato il 30-11--0001 alle 00:00 sul giornale del 28 giugno 2004 - 8529 letture

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